Una delle domande esistenziali più antiche, che tuttavia sempre ritorna, riguarda la fine del mondo. Dal momento che tutto finisce, anche se il più delle volte ricompare in un ciclo infinito, ogni essere umano è tormentato dall’interrogativo della conclusione dell’umana esperienza. I francesi hanno un detto: “tout passe, tout casse, tout lasse, tout ce remplace”. In ogni latitudine si sono rincorse le stesse domande, purtroppo sempre senza risposta, intorno al perché della barbarie delle guerre, o alla speranza che, dopo gli Stati nazionali,  un giorno, finirà col prendere corpo un ordine mondiale unico.

In questa nostra epoca domina, anche se in forma latente e sotterranea, un’inquietudine inespressa, ma profonda. Dopo la fine delle ideologie, troppo frettolosamente decretata, alcuni segnali sembrano presagire che potrebbe  toccare un simile destino anche alle democrazie, come le abbiamo conosciute negli Stati moderni, fondate sul principio della sovranità popolare. Si avverte come una voglia suicida di cancellare quel delicato equilibrio, figlio dell’Illuminismo, che coniugava, la rappresentatività del corpo elettorale  che si rifletteva nel potere legislativo, attraverso il suffragio universale, con la separazione rispetto a quelli legislativo, giudiziario, e mediatico, sempre più rilevante quest’ultimo nella società odierna.

Fino a qualche anno fa il metodo della Democrazia liberale appariva talmente superiore rispetto a tutte le altre forme di governo sperimentate nel passato, da ritenere che fosse destinato all’esportazione generalizzata in tutte le nazioni in via di sviluppo civile e politico. Fu una convinzione affrettata. Basti ricordare l’errore di aver definito “primavere democratiche” le rivoluzioni arabe contro i dittatori, avvenute qualche anno fa, le quali, sovente, hanno dato vita a sanguinose guerre civili e regimi spesso molto più autoritari dei precedenti. Fattori complessi hanno dimostrato che, allo stato, non sono applicabili i sistemi democratici occidentali in vaste aree del mondo,  ove dominano l’arretratezza economica, le rivalità tribali,  il fanatismo religioso, l’oscurantismo, mentre invece prevalgono  l’autoritarismo  e un’ostilità preconcetta verso i nostri valori.

Anche  nel mondo occidentale, in seguito alla recente terribile crisi economica, dovuta alla globalizzazione ed alla speculazione dei subprime, sono sorte e si vanno affermando nuove forme degenerative della democrazia, che hanno determinato il successo di una pluralità  di  populismi, che hanno finito per dilagare anche in Paesi a tradizione democratica consolidata, come l’Italia. Un impoverimento delle classi medie ha determinato una sfiducia generalizzata nei confronti delle classi dirigenti, sia politiche che economiche e burocratiche, aprendo la strada ad una protesta qualunquista cieca e spesso persino nichilista. Lo spettro di un’ulteriore crisi economica, forse ancora più terribile di quella che ha investito l’Occidente dal 2008 e dalla quale, a differenza degli USA, l’Europa non è ancora uscita, potrebbe determinare una ripercussione sul terreno politico talmente grave da mettere in crisi gli stessi principi della democrazia rappresentativa, che fino a ieri sembravano intoccabili.

A costo di apparire conservatori e fautori di una sorta di retromarcia della storia, consideriamo molto pericolosa tale tendenza, che si esprime in una criminalizzazione generalizzata ed indiscriminata del ceto politico e dei partiti, (tutti senza alcuna distinzione) fino a determinare la convinzione che per guidare un Paese se ne possa, anzi quasi se ne debba, fare a meno. I nuovi soggetti assumono la denominazione di movimenti, sperimentano bizzarre forme di organizzazione interna e di raccolta del consenso, privilegiano talvolta il web, talaltra ristrette oligarchie, ma sovente  si affidano ad un uomo solo al comando, designato dal destino. Una fortissima spinta in tale direzione deriva dalla voglia di semplificazione, laddove i riti complessi della democrazia spesso appaiono incomprensibili ed astrusi, riservati soltanto ai furbissimi “professionisti della politica”, mossi soltanto dall’intento di  sfruttare l’ingenuità popolare. Le adunate di massa prendono il posto delle lunghe e sovente noiose riunioni destinate ad assumere decisioni consapevoli e partecipate. Si tende a trasformare il ruolo delle assemblee elettive, in particolare quelle legislative, in luoghi di ratifica di scelte compiute altrove. Le elezioni si vanno trasformando in plebisciti. I premi di maggioranza assumono proporzioni sempre più cospicue, in nome della distorta convinzione che la sera delle elezioni si deve sapere chi sia il vincitore. Questi, come un giocatore d’azzardo, che può approfittare di quanto ha guadagnato, per cinque anni governerà, sostanzialmente senza controlli ed esercitando un potere illimitato. In conseguenza si tende ad  eliminare ogni forma di bilanciamento al ruolo  preponderante dell’Esecutivo, indebolendo significativamente il potere  legislativo, che viene affidato a parlamentari nominati, privi di qualunque reale legittimazione. La conseguenza è quella di creare un vulnus gravissimo alla sovranità popolare, attraverso capilista imposti e collocati in una pluralità di collegi in modo da poter scegliere anche chi subentrerà dopo le opzioni. In nome di uno spoil sistem all’amatriciana,  inoltre, nelle amministrazioni centrali come in quelle territoriali,  non vi è alcun limite nella scelta di amministratori, consulenti e funzionari, cui verranno affidati, senza alcun controllo, compiti delicatissimi per i quali non hanno alcuna competenza specifica. Le amministrazioni  pubbliche quindi saranno sempre più nelle mani di dilettanti allo sbaraglio, come abbiamo già avuto modo di constatare nella realtà, e non soltanto nei comuni dove hanno prevalso i pentastellati.

Tutto questo significa il tramonto della democrazia, delle sue regole, dei suoi equilibri, che sono il risultato di secoli di lotte  e rivoluzioni molto sanguinose contro la tirannia dei sovrani assoluti, in nome dell’eguaglianza e della libertà. Non possiamo, quindi, che trarre l’amara conclusione che siamo di fronte al crollo della nostra civiltà, come, in passato, è avvenuto per quella assiro babilonese, quella cretese micenea, poi quella greca ed infine la civiltà romana, prima in occidente e dopo in oriente.

Quegli stessi sinistri bagliori che offuscarono l’orizzonte europeo nel secolo scorso con l’affermazione di comunismo, fascismo e nazismo e che pensavamo di esserci messi alle spalle dopo la seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino, ricompaiono all’orizzonte e sembrano contagiare, oltre alla Russia, all’America Latina, al medio oriente ed al mondo arabo in fiamme, anche l’Europa ed in particolare l’Italia, finendo col  lambire persino gli Stati Uniti, patria del costituzionalismo liberale.

Se non dovesse registrarsi una radicale inversione di tendenza, la nostra generazione porterebbe la responsabilità gravissima di aver così presto cancellato l’eredità spirituale dei propri genitori, che attraverso dolori, sacrifici e straordinarie conquiste di civiltà, ci avevano consegnato una società libera, democratica e lanciata verso la modernità.

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3 COMMENTI

  1. Discutiamo spesso con Stefano de Luca sulle linee e sui contenuti del suo pensiero politico che da 5 anni esprime su Rivoluzione Liberale. Ho frequentemente il privilegio, del quale sono lusingato, di discutere il contenuto dei suoi articoli direttamente e personalmente. Ecco perché mi preme, in questa occasione, esprimere pubblicamente un mio dissenso con franchezza, perché la franchezza è rispetto.
    Prima di tutto è il titolo di questo articolo che non mi trova d’accordo: “Il tramonto della democrazia”. Troppo pessimismo e quasi rassegnazione. Forse un punto interrogativo avrebbe potuto lasciare spazio all’ottimismo della volontà che, peraltro si trova ben individuato nella frase finale: “Se non dovesse registrarsi una radicale inversione di tendenza, la nostra generazione porterebbe la responsabilità gravissima di aver così presto cancellato l’eredità spirituale dei propri genitori, che attraverso dolori, sacrifici e straordinarie conquiste di civiltà, ci avevano consegnato una società libera, democratica e lanciata verso la modernità.”
    È questa frase finale che mi trova particolarmente d’accordo. Infatti, dopo l’analisi improntata al pessimismo dell’intelligenza, si tiene aperto e largo l’orizzonte della democrazia la quale, per quanto imperfetta per sua natura come tutte le cose umane, finora non ha mai lasciato spazio ad un sistema migliore. E tutte le volte che lo spazio della democrazia è stato occupato da altri intendimenti politici, ci siamo trovati innanzi alle peggiori esperienze della storia. Il secolo scorso ci è molto vicino. E lo conosciamo bene.
    In Italia ci sono elevatissimi motivi di preoccupazione. Infatti stiamo vivendo una fase difficile e pericolosa per la nostra democrazia ormai inevitabilmente sotto la spada di Damocle di un referendum nel quale i cittadini siamo stati trascinati da avventurismi e azzardi sconcertanti. Mi riferisco, ovviamente, al fatto che, sotto dettatura del Governo, un Parlamento eletto in modo incostituzionale abbia riscritto 47 dei 139 articoli che compongono la Costituzione. Il Partito Liberale italiano sta scrivendo una pagina della sua storia difendendo, senza equivoci, senza titubanze e senza farsi attrarre dal “fascino” del potere di stampo governativo, i principi e i valori della liberal-democrazia dicendo NO ad uno stravolgimento della Costituzione. E lo fa consapevole che la Costituzione possa e debba essere revisionata in alcuni punti, ma non stravolta dalla voglia di minare proprio le strutture portanti della rappresentanza e della partecipazione dei cittadini alle scelte della Politica.
    In questa vicenda giova ricordare quanto sia importante ricordare il Liberale Benedetto Croce: “non vi sono se non due sole posizioni politiche contrastanti: la liberale e l’autoritaria”.

  2. Mi permetto di inserirmi nel dibattito, ammettendo di oscillare tra le due forme di pragmatismo espresse da Stefano de Luca e Antonio Pileggi. Apparentemente su due posizioni diverse, a me pare che si giunga alla medesima conclusione: la necessaria azione dei liberali per salvaguardare la democrazia contro chi si atteggia a novello Giosué, il quale vuole fermare il Sole del delicato sistema dei pesi e dei contrappesi. Dopo un tramonto c’è sempre un’alba e c’è da chiedersi quale alba guarderanno le prossime generazioni. Se è vero che le democrazie liberali si piegheranno sulle proprie ossa intirizzite dal freddo della notte, è opportuno temere che all’indomani si affacci lo spettro del più subdolo dei mali ordinamentali: la demagogia. Uno spettro che appare ai più vestito elegantemente e di seducente bellezza, ma che, come il protagonista di un celebre romanzo di Oscar Wilde, nasconde la malvagità del proprio intento: assurgere a difensore dei cittadini per toglierne il potere e subordinarne i diritti a una volontà superiore, non delegata dal popolo; il tutto in un clima di apparente democrazia. Forse non saranno le dittature come intese storicamente ad ammorbare i nostri figli. Sarà il trionfo del leviatano demagogico, incarnato da molti governi nazionali e sistemi sovranazionali di oggi, a meno che, come diceva Benedetto Croce, non si instilli nuovamente nella democrazia la linfa vitale del metodo liberale. Perché se una democrazia non è liberale, come diceva il grande filosofo, degenera in demagogia. Con gli applausi della maggioranza.

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