Bruxelles – In una settimana brusselese molto impegnativa, si sono svolti ben tre vertici: prima, il 22 ottobre, l’ECOFIN dei ministri delle finanze, il giorno successivo il Consiglio europeo dei capi di Stato e di Governo dell’eurozona  e mercoledì 26 il Consiglio europeo a 27. Tutti gli incontri hanno avuto come tema centrale la crisi dell’euro e in parte la situazione italiana. Nelle conclusioni del Consiglio svoltosi il 23 ottobre si è specificato che la nuova governance economica (six pack) approvata dal Parlamento europeo lo scorso 28 settembre “consentirà un netto rafforzamento della sorveglianza e del coordinamento, necessario per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche e consentirà di evitare l’accumulo di squilibri eccesivi”.

Si è stabilito inoltre che i capi di Stato e di Governo appunteranno Herman Van Rompuy, attuale Presidente stabile del Consiglio europeo, a presiedere l’Euro summit ovvero il Consiglio europeo dei capi di Stato e Governo della zona euro. La sua “missione” dovrà essere quella di verificare, in stretta collaborazione con il Presidente della Commissione e dell’Eurogruppo, se esista “la possibilità di una limitata modifica dei Trattati”, al fine di evitare in futuro problemi come quello a cui stiamo assistendo oggi e che sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa dell’Europa. Naturalmente una modifica del Trattato richiederebbe il consenso di tutti i 27 Paesi membri.

Le questioni aperte hanno riguardato il rafforzamento del fondo salva Stati (EFSF) e la ricapitalizzazione delle banche. Riguardo al primo punto la Francia si è vista costretta, nella giornata di domenica, per opposizione della Germania, a ritirare la sua proposta di trasformazione del fondo in una banca, in modo – sostenevano i francesi – da poter usare i soldi della BCE senza condizionare i bilanci pubblici. Per affrontare il problema si è proposto allora di aumentare l’influenza del FMI, che però verosimilmente vedrebbe l’opposizione dell’America e dei Brics. Altra pista potrebbe essere quella di costituire uno special purpose vehicle, ovvero una società-veicolo costituita da enti e istituti finanziari con la finalità di rispondere a scopi precisi. In questo caso lo scopo preciso sarebbe quello di utilizzare le garanzie degli Stati per emettere obbligazioni, in modo da poter attrarre capitali da investire poi in progetti di sostegno per i paesi europei in difficoltà. In realtà mercoledì scorso al Consiglio europeo si è trovata la quadra trovando un “semplice” accordo di compromesso per il rinforzamento del fondo che dovrebbe avere le sue forze quasi quadruplicate, si parla addirittura di circa 1000 miliardi di euro. Riguardo invece alla ricapitalizzazione delle banche, al vertice del 23 ottobre si era parlato di un centinaio di miliardi e così è stato. Saranno 108, infatti, i miliardi di euro da destinarsi agli istituti di credito.

All’ombra delle risatine fuori luogo del duo Sarkò-Merkel, le conclusioni del Consiglio richiedono anche che agli Stati membri seguano le raccomandazioni dell’UE nel campo della politica di bilancio e delle riforme strutturali, e qui è scattato l’impasse. Sarkozy , sempre durante il vertice di domenica, ha rilevato come Portogallo, Spagna e Irlanda non sono più i sorvegliati speciali, in quanto hanno reagito bene alla crisi, rimaniamo noi e la Grecia, anzi la Grecia e noi. In relazione al paese ellenico da sottolineare che durante i vertici si sono fatti progressi per quanto riguarda l’accordo tra i paesi della zona euro e gli investitori privati per il taglio del valore dei titoli di Stato greci. I tedeschi vorrebbero arrivare al 60%, le banche hanno proposto 40%. In definitiva l’intesa sulla svalutazione dei bond greci c’è, vige ancora però il mistero del quantum.

Inoltre la situazione è rimasta bloccata, da domenica e mercoledì, (anche) per la nostra riluttanza a dimostrare che possiamo, come hanno fatto Spagna, Portogallo e Irlanda, se non uscire dalla crisi almeno reagire. Il problema è, come al solito, il tempo o meglio la nostra nullafacenza governativa degli scorsi anni. La Commissione a fronte di ciò si è detta preoccupata e sulla scia della BCE ci ha spinto a compiere uno sforzo per porre in essere riforme strutturali che vadano verso la crescita. La risposta dell’Italia è arrivata sotto forma di lettera d’intenti dai contenuti programmatici.

Il contenuto della missiva alla fine inviata all‘Ue ha poca importanza, purtroppo tale lettera, seppur poi giudicata positivamente dalle istituzioni europee, ha un grave difetto di metodo. Non sembra possibile, infatti, concepire in 24 ore un piano di riforme che vanno dalla ricerca all’innovazione all’aumento dell’efficienza del mondo del lavoro, alla semplificazione normativa e dell’amministrazione giudiziaria, fino alle pensioni e addirittura ad una riforma dell’architettura costituzionale dello Stato, per altro da attuare nei prossimi 6/12 mesi  seppur in prima lettura. Con questa deficienza di metodo governativo e di responsabilità si dimostra tutta l’inefficienza di un governo senza capacità di previsione politica né di abilità nel capire gli scenari internazionali. Detto questo però è necessario sottolineare anche come l’Italia non sia in definitiva l’unico problema della zona euro, noi dobbiamo fare la nostra parte e sono giusti i richiami “all’ordine” di Bruxelles, ma l’Unione ha bisogno di affrontare le sue debolezze strutturali al più presto, in modo da poter attuare una risoluzione della crisi che sembra essere lontana ancora troppi Consigli europei.

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