Centocinquant’anni di unità nazionale. Da allora ad oggi si è tentato, in più di un secolo e mezzo, di creare un’identità nazionale con un forte accentramento del potere e, in certe occasioni, spolverando i fasti dell’Impero Romano. Di certo Massimo D’Azeglio, però, fu lungimirante quando nel 1867 disse «Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani».

I grandi Stati nazionali (Francia e Inghilterra in primis), vantano tradizioni plurisecolari di Stato unitario e proprio su queste basi hanno costruito il loro sistema istituzionale.

Gli Stati Uniti d’America, nel 1776, stesero la propria Costituzione (la più antica esistente in forma scritta) e regalarono un assetto federale al loro Stato rispettando la forte identità che i 13 Stati costruirono.

Anche la Germania, dieci anni dopo la nostra unificazione, si dotò di un sistema federale, memore sì della “Grande Germania”, ma anche della forza e dell’indipendenza di ogni Länder.

Noi italiani, invece, scegliemmo di mettere in un cassetto le forti realtà territoriali e archiviammo tutti i regni e i ducati della nostra Penisola optando per la via meno semplice: un’omologazione nazionale al ribasso a cui è stata imposta un’unica legge e un’unica natura.

Ora, dopo 150 anni, ci accorgiamo però che così non funziona, ci rendiamo conto dell’estrema necessità di rivitalizzare quel principio di sussidiarietà che, ancora oggi, non ci appartiene completamente.

E quand’è che si percepisce la necessità di riformare gli apparati istituzionali se non in un momento di forte crisi come quello che stiamo vivendo? Da un paio d’anni il Governo, sotto la pressione politica della Lega, ha imboccato la strada del cosiddetto “federalismo fiscale” (federalismo demaniale, costi standard, federalismo municipale). Un contentino per placare gli animi più secessionisti della Lega Nord.

Con questa riforma federale – i cui decreti attuativi mostreranno la propria funzionalità solo nel 2014 ed oltre – non si rivoluzionerà il sistema, poiché i soldi passeranno sempre da Roma prima di tornare sul territorio, lasciando di fatto inalterato un sistema ormai collaudato ed evidentemente fallimentare.

Ora, in un paese, dove il Nord cresce del 2,1% e il Sud dello 0,2% (dati Istat), è evidente che le due facce non possano più stare sulla stessa medaglia. I primi si lamentano perché i loro soldi vanno al Sud; i secondi si lamentano perché i soldi che arrivano vengono sperperati (a rischio anche 60 miliardi di fondi europei FERS). E nel frattempo l’Italia zoppicante viene – maldestramente – paragonata alla Grecia.

Una delle soluzioni per far uscire dallo stallo e far tornare a decollare il nostro paese è quello di realizzare un “federalismo politico” realmente credibile, che valorizzi le identità regionali senza però snaturalizzare il concetto di Nazione.

Lo stato dovrebbe fornire alle Regioni solo le leggi quadro dentro cui operare in tutti gli ambiti della vita di un paese, escludendo naturalmente le classiche competenze dello Stato centrale, prime tra tutte sicurezza e immigrazione, e le altre politiche che sono in condivisione con l’UE.

Il regime fiscale decentrato sarebbe quindi solo la conseguenza di una forte presa di responsabilità, che obbligherebbe le Regioni a rendere conto direttamente ai propri cittadini dell’utilizzo delle stesse tasse locali. Un sistema in cui crolla il collaudato assistenzialismo statale, la rincorsa al “posto pubblico” e lo sperpero di denaro pubblico.

Tutto molto interessante, ma realizzabile? Assolutamente sì. Sarebbe una risposta forte delle istituzioni, una riforma costituzionale, la fine del bicameralismo perfetto che ha ridotto all’immobilismo il nostro paese negli ultimi decenni. Sarebbe la risposta a quel bisogno di crescita che servirebbe alla nostra Nazione.

© Rivoluzione Liberale

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