Il nostro Presidente del Consiglio ha il dono di dire le cose meno opportune al momento più sbagliato. Un brillante esempio di questa rara qualità sta nelle sue considerazioni a ruota libera sull’euro. Nella sua lettera aperta pubblicata dal Corriere, Mario Monti gli ha già risposto da par suo, unendo la saggezza di un grande economista e l’esperienza di anni passati al servizio dell’Europa, con ineguagliabile prestigio. E’ dunque inutile spiegare perché le parole di Berlusconi, anche se contenevano alcune considerazioni esatte (peraltro abbastanza ovvie), erano nel loro insieme sbagliate e hanno fatto male all’Italia rinfrescando tutti i dubbi – giusti o sbagliati – che sulla nostra serietà circolano in Europa (come indignarsi, poi, delle risatine di Sarkozy e della Merkel?). Perché lo ha fato? Ha lanciato volutamente un siluro alla moneta unica e attraverso di lei all’intera struttura europea (magari perché irritato dalle ironie franco-tedesche)? Sogna forse un ritorno alla lira? Se così fosse avrebbe raggiunto un grado di irresponsabilità associato finora solo coi peggiori esemplari della Lega Nord. E allora? Perché ha sentito la necessità (come si dice a Roma) di “aprire bocca e dargli fiato”? Chi gli chiedeva un’analisi sulle debolezze dell’euro? Sarebbe un mistero, se a queste sortite da Caffè dello Sport il nostro premier non ci avesse abituati da tempo (in una libreria di Bruxelles ho trovato un libretto che non so se circoli in Italia, con una divertente raccolta di tutte le “berlusconnades” e quasi mi sono vergognato a leggerlo). Però  l’euro e l’Europa sono una cosa seria, troppo seria per maneggiarla irresponsabilmente: seria per l’Italia, seria per tutti gli europei e, come ha ricordato il Presidente Obama, seria per il mondo intero.

Forse, quando l’euro è nato, Berlusconi era occupato in faccende private e non si è reso conto del perché e del come ci si sia arrivati e perché esso abbia per tutti, ma specialmente per noi italiani, un’importanza vitale. Proviamo allora a ricordarglielo. Era il 1989, il Muro di Berlino era caduto e la Germania si avviava a grandi passi verso l’unificazione. Ma ad essa si opponevano i timori, soprattutto, della Francia e dell’Inghilterra: timori forse infondati, ma non inspiegabili, che facevano risorgere lo spettro di una grande, e forte, Paese di 80 milioni di abitanti al centro dell’Europa, lo stesso Paese che in un secolo aveva provocato due conflitti mondiali. Di questo, il Cancelliere Kohl e il Ministro degli Esteri Genscher si rendevano perfettamente conto, ed erano consapevoli della necessità di dare  garanzie certe ai partner europei. Dall’altra parte, mentre la signora Tatcher persisteva in un’ostilità tanto inutile quanto sgradevole, il Presidente francese Mitterand (da vero statista) comprese che, se la riunificazione tedesca era inevitabile (visto che Stati Uniti e Unione Sovietica non intendevano o potevano opporvisi) era più intelligente accettarla, in cambio, appunto di garanzie: e la garanzia migliore consisteva nel vincolare la Germania in modo irrevocabile all’integrazione europea. Intervenne allora il terzo protagonista della vicenda, il Presidente della Commissione Europea, Jacques Delors: da qualche anno la Commissione veniva suggerendo l’opportunità di una moneta comune. Delors capì che quello era il prezzo da chiedere alla Germania, e la Germania accettò. L’accordo fu raggiunto tra francesi e tedeschi al vertice di Strasburgo, nel dicembre 1989. A me, che dirigevo allora il Segretariato di Cooperazione Politica della Comunità, toccò il compito di redigere il comunicato finale che, da un lato, apriva le porte dell’Europa alla Germania riunificata e, dall’altra, preannunciava una maggiore integrazione europea. E poi toccò il compito di farlo approvare da quei Paesi che, come l’Italia e altri, erano rimasti sostanzialmente fuori dal compromesso franco-tedesco. Delle resistenze della Tatcher, poi superate da una suadente telefonata del Presidente Bush e di quelle di Andreotti, che non amava l’idea di una Germania unita, ho scritto in altra parte e non intendo tornarci sopra. Il fatto è che il compromesso funzionò, che lo stesso Andreotti, al vertice di Roma del dicembre 1990, attuò, con l’accordo di Kohl e di Mitterand, un vero colpo di mano che isolò la Tatcher e portò alla convocazione di una Conferenza Intergovernativa per la moneta unica.

Il resto è storia nota a tutti: il Trattato di Maastricht, il decennio di preparazione, l’adozione dell’euro. Furono fatti errori? Certo: le parità tra le vecchie monete e l’euro furono fissate in modo talvolta arbitrario (per la lira, il Governo Prodi volle, per motivi di prestigio, un cambio ad avviso generale troppo basso, che ci é poi costato in termini di aumento dei prezzi); forse l’errore più grande fu quello di accogliere, per ragioni prevalentemente politiche, anche Paesi a finanza ed economia più deboli della media europea (ma sarebbero convenuti, innanzitutto all’Italia, criteri più rigidi?). Nell’insieme, tuttavia, l’euro ha funzionato, dando nuova forza e nuova compattezza alla vecchia Europa e ponendosi come un vero protagonista del sistema monetario mondiale. Quale sia stato il guadagno per l’Italia, lo ha detto magistralmente Mario Monti, ricordando, tra l’altro che, se fossimo rimasti con le vecchie lire, ben altro sarebbe il rischio di attacchi speculativi a nostro danno (ricordiamoci il 1992) e ben altro il costo del nostro debito. Ma, anche per questo, andiamo un po’ indietro nel passato, precisamente alla lunga notte di Maastricht: protagonista del negoziato per la parte italiana non era il Presidente del Consiglio Andreotti, ma il Ministro del Tesoro Carli, e con lui il giovane Direttore del Tesoro, Mario Draghi. E Carli (allora nell’ultima fase della sua vita) capiva e sosteneva fortemente che la disciplina finanziaria imposta da una moneta comune sottratta ai Governi dei singoli Paesi era, più che opportuna, necessaria per l’Italia: l’unica via d’uscita, in realtà, per un’economia che cavalcava verso un’inflazione fuori controllo e rischiava in ogni momento il default. E fu lo stesso Carli a battersi perché nel Trattato fossero contenute le clausole di salvaguardia che dovevano in futuro assicurare solidità e controllo delle finanze: inflazione non superiore al 3% annuale, deficit non superiore al 3% del PIL, debito pubblico non superiore al 60% del PIL (quest’ultima regola fu poi derogata a favore nostro e di altri Paesi, accettandosi di guardare, non al debito in essere, ma al debito tendenziale). Le regole di Maastricht, come si sa, sono state violate dalla stessa Germania e dalla Francia, e beninteso da noi, per la crisi del 2008. I controlli di bilancio previsti, manifestamente, non hanno funzionato per Spagna, Irlanda, Potogallo, Grecia. La lezione pare sia stata compresa, e nuove regole sono state approvate, ben più stringenti e che è da sperare siano rispettate.

Ma il punto è un altro: l’euro rappresenta il simbolo – e lo strumento – più forte e visibile di quell’integrazione europea che si sta faticosamente costruendo e che non è un capriccio da burocrati o un’utopia da idealisti, ma una necessità assoluta, politica ed economica se il vecchio continente vuole sopravvivere da protagonista in un mondo popolato da giganti e, soprattutto, non vuole tornare al caos di nazionalismi conflittuali che ha insanguinato più volte il mondo. Dobbiamo ricordarlo ogni giorno a noi stessi e dirlo sopratutto a quelle generazioni che non hanno conosciuto gli orrori della guerra e danno per scontata un’Europa a frontiere aperte e a cultura via via più omogenea, un Europa con un inno e una bandiera che dovrebbero farci sognare. Che di questa necessità siano convinti Sarkozy e la Merkel, cioè i responsabili dei due Paesi che, ci piaccia o no, sono i pilastri indispensabili dell’Unione, é risultato evidente al di là delle esitazioni e dei bisticci (l’on. De Luca ha lamentato in questo giornale la mancanza di grandi leader europei e ha ragione se il paragone si fa con Kohl, Mitterrand, Delors: ma che succederebbe all’Europa se a Parigi, Berlino e Bruxelles ci fossero personaggi di ancor minor spessore?). Ne è convinto anche il nostro Presidente del Consiglio? Se lo è, come in altre parti del suo discorso ha affermato, lo dimostri: non mettendo in evidenza le debolezze della moneta comune, ma operando per superarle, per esempio facendosi protagonista, assieme alla Francia e alla Germania, di proposte serie, concrete, credibili, per una effettiva governance dell’Europa, o almeno dell’Eurozona. Ed evitando che di noi si possa, come purtroppo succede, sorridere.

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