La revisione dei parametri contabili utilizzati nella valutazione dell’entità del debito dei paesi europei ha comportato delle significative novità in questa prima notifica dell’Eurostat uscita la settimana scorsa.

Avendo incluso nei calcoli di debito pubblico anche quelle società che, pur nate fuori dal bilancio pubblico, hanno sostenuto la domanda di liquidità delle banche con iniezioni di capitale per conto degli Stati, alcuni paesi hanno visto lievitare significativamente i loro livelli di indebitamento.

Il caso più eclatante è quello della Germania, che ora si trova nella (scomoda) posizione di terzo debito pubblico lordo del mondo in termini assoluti, oltre la soglia dei duemila miliardi, con un aumento prossimo al 10% del PIL in un colpo solo (dal 73,5% del 2009 all’83,2% del 2010, contro una stima antecedente del 75,7%), equivalenti a 236 miliardi di euro in più’ dell’Italia, il cui debito rispetto al PIL rimane però altissimo (119%), secondo solo (in termini relativi) a quello della Grecia, pari al 142% del PIL, pur con solvibilità profondamente diverse.

Brutte notizie anche per la Gran Bretagna, il cui debito pubblico è passato dal 77,8% previsto in autunno dalla Commissione europea, all’80%, esattamente pari alla media del debito nell’Unione Europea a 27 paesi (giunto all’80% dal 74,4 del 2009), ma ancora al di sotto della media nei 17 paesi della moneta unica, attestata all’85,1% contro il 79,3 del 2009, un valore molto alto se consideriamo che secondo il patto di Stabilità e Crescita il livello massimo dovrebbe essere del 60%.

Di fatto, per quanto riguarda il debito pubblico, 14 paesi su 27 non rientrano nei limiti del 60%, mentre dati migliori giungono riguardo al deficit. Sotto questo aspetto solo 6 sono peggiorati, mentre 21 paesi su 27 hanno migliorato la propria posizione, tra cui l’Italia stessa che è passata dal 5,4 al 4,6%.

Ovviamente questi dati poco o nulla dicono della virtuosita’ delle politiche operate per ottenere tali riduzioni, che andrebbero analizzate per ogni singolo paese ; in molti casi la riduzione del deficit può essere vista unicamente come effetto della riduzione della spesa pubblica, come in Italia grazie ai tagli tremontiani, che però non si sono ancora espressi in termini di produttività del paese a medio termine.

Restano nell’Olimpo dei conti perfetti la Svezia (unico Stato con pareggio di bilancio), la Norvegia, la Danimarca, il Lussemburgo, seguiti dai paesi dell’est con bassissimo indebitamento (Estonia, Bulgaria, Romania, Lituania, Latvia) ma alti deficit.

Per giugno arriveranno i dati relativi al primo trimestre 2011 e si aspetta un ulteriore peggioramento della posizione debitoria europea dovuta alla contabilizzazione, tra le voci di debito dei singoli paesi, dei bond emessi per il salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo per un totale di 80 miliardi di euro che ricadranno al 19% sull’Italia, al 22% sulla Francia e al 29% sulla Germania.

Bisognerà anche fare il conto con le cosiddette “passività contingenti”, ovvero le garanzie ed emissioni a favore del sistema bancario che non sono ancora considerate debito pubblico ma che potrebbero diventarlo, almeno in parte, che sono cifre da capogiro: il 125% del PIL per l’Irlanda, il 25% per la Grecia, il 24,7% per la Gran Bretagna, il 16% per il Belgio, il 5,6% per la Spagna e il 2,8% per la Germania (per fortuna l’Italia non ha simili passività in conto).

Questi dati sono preoccupanti non solo per la loro valenza strettamente economica, ma anche dal punto di vista della stabilità politica dell’Unione Europea, alla luce dei crescenti nazionalismi degli Stati più virtuosi, stanchi di “farsi mettere le mani in tasca”, per dirlo all’italiana, solo per salvare i conti di qualcun altro.

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