Immaginate di essere per strada alla guida di un’auto: le informazioni che vi servono sono numerose, dalla quantità di benzina rimasta nel serbatoio ai chilometri percorsi, dallo stato delle gomme alla temperatura del motore, ma davanti a voi il cruscotto presenta una sola spia, che indica la velocità a cui state viaggiando.

E’ questo il parallelo con la funzione del Pil espresso da Joseph Stiglitz, economista Premio Nobel nel 2001, a capo dell’omonima Commissione che dal 2007 riunisce alcuni tra i principali economisti mondiali per studiare le possibili alternative al Pil come strumento di valutazione del progresso di una Nazione.

Figlio dell’esigenza di misurare l’impetuosa crescita economica del  dopo-guerra con un unico parametro facilmente comprensibile, il Prodotto interno lordo ha assunto, nel tempo, l’erronea funzione (più politica che altro) di indicatore del benessere di una Nazione, andando ad alimentare il divario tra la situazione statistica e quella sociale con l’esclusione dal conteggio di costi fondamentali, sociali ed ambientali.

Ad esempio, una macchina ferma nel traffico consuma benzina e quindi aumenta il Pil, che non tiene conto dell’inquinamento generato (e delle sue ripercussioni sulla salute), del livello di stress dell’automobilista o del costo in termini di tempo perso in coda. Allo stesso modo un aumento della spesa pubblica per le forze dell’ordine figura come un aumento del Pil, ma non si considera il peggioramento delle condizioni di sicurezza della società che in primo luogo hanno portato all’aumento della spesa. Ancora, i disastri naturali spingono il Pil verso l’alto per il valore dei lavori di ricostruzione, ma è evidente come tali eventi non portino alcun benessere alla società, anzi.

L’utilizzo di uno strumento di misurazione non adatto ha effetti a volte anche devastanti: non computando le risorse ambientali di un Paese come un valore finché non sono estratte ed elaborate, il Pil non riesce a cogliere l’impoverimento di una Nazione che sfrutti tutte le sue risorse naturali (pensiamo alla distruzione di aree boschive per l’industria del legname o ai danni alle falde acquifere del settore minerario), né gli effetti sul ritardo dello sviluppo industriale dovuto alla concentrazione delle attività economiche nell’ambito estrattivo (il cosiddetto ‘male olandese’).

Con la recente crisi molte di queste problematiche sono venute a galla, perché è stata dimostrata a livello globale l’impossibilità per uno strumento simile di discernere tra politiche economiche sostenibili e bolle speculative, quale appunto quella finanziaria che ha originato la crisi nel 2008.

Le ipotesi per un indicatore alternativo sono molteplici e presenti da lungo tempo ormai, e si dividono tra quelle che propongono misure completamente diverse e quelle che puntano a migliorare il Pil con l’introduzione di quei capitoli di spesa e costi non considerati che sono definiti come capitale naturale e capitale sociale.

Tra le prime l’esempio più famoso e provocatorio per la cultura occidentale è ‘l’indice di felicità’ che la piccola Nazione del Buthan utilizza dagli anni ’70, ma anche restando in termini per noi più realistici gli esempi abbondano: uno per tutti, nel 1974 l’Olanda ha promosso il Life Situation Index, composto da otto indicatori (abitazione, salute, tempo libero, beni di consumo durevoli, attività sportive e vacanze, partecipazione sociale, istruzione e mobilità) che, se presi come misura più plausibile del benessere della società, mostrano un aumento solo del 13% dagli anni ’70 ad oggi, mentre il Pil nello stesso tempo è cresciuto del 170%.

Anche l’Italia ha la sua proposta in quanto ad indici alternativi, e nella fattispecie si parla di Piq, prodotto interno di qualità, proposto da Unioncamere l’anno scorso, che prende in esame il capitale umano, la quota di conoscenza, lo sviluppo del prodotto o del servizio, il peso delle reti nazionali e internazionali di ventisette rami dell’economia per valutarne la capacità di innovazione ed il progresso tecnico e creativo.

Per rimanere invece nell’ambito del Pil ‘modificato’, gli esempi più famosi sono l’Indice di Sviluppo Umano (Isu) utilizzato dalle Nazioni Unite da oltre due decenni, che aggiunge al Pil classico i fattori dell’istruzione e della salute (intesa come aspettativa di vita) ed il MEW (Measure of Economic Welfare) del 1972, che sottrae dal Pil tradizionalmente calcolato alcuni costi relativi a ‘negatività’ come l’inquinamento, esclude dal calcolo alcuni servizi, come quelli di polizia, ed infine aggiunge alcune attività come il lavoro domestico ed il tempo libero.

Le ipotesi e le proposte sono numerose, la letteratura economica ha portato nel tempo alla creazione di strumenti sempre più definiti ed efficaci ed infine la crisi ha dimostrato che abbiamo bisogno di altre ‘spie sul cruscotto’ per comprendere la situazione reale.

E’ tempo che i Governi comprendano l’importanza di questa esigenza, dato che le nostre economie procedono oggi a passo d’uomo perché siamo finiti ‘in riserva’ e senza nemmeno accorgercene.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Il paragone con la disponibilità del solo indicatore di velocità dell’automobile, anzichè di un quadro strumentale completo, è molto azzeccata. Si maschera, per esempio, quanto sia fittizio l’accrescimento immediato della ricchezza basato sul privarsi delle proprie risorse, dei propri beni o del proprio patrimonio ambientale (disboscamento, ecc). La difficoltà, naturalmente, è nel metodo: trovare un insieme di indicatori (opportunamente pesati) alternativo al PIL e internazionalmente riconosciuto, pena difficoltà o impossibilità di confronto inter Stato

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