“Lo scorso 27 settembre i capi di Stato e di Governo della zona euro hanno raggiunto l’accordo su un pacchetto di misure volte a rafforzare il capitale delle banche europee, su una significativa ottimizzazione delle risorse del fondo salva Stati (EFSF) e sul rinforzamento della governance della zona euro. Inoltre si è raggiunto un accordo anche sull’ulteriore tranche di aiuti alla Grecia provenienti da UE a FMI. Sempre per la Grecia è stato raggiunto un accordo con il settore privato su un taglio del 50% dei crediti verso il paese ellenico, al fine di ridimensionare il debito greco al 120% nel 2020”.

Questo quanto si legge in una nota congiunta dei Presidenti del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e della Commissione europea Josè Manuel Barroso, divulgata martedì 1 novembre, nella tentativo, poi fallito, di riuscire a placare i mercati, nel giorno del referendum annunciato dalla Grecia riguardo all’approvazione dei piani di austerità dettati dall’UE come condizione per ricevere le tranche del piani di aiuti. Alla fine della nota inoltre i due Presidenti affrontano l’argomento voto popolare: “Abbiamo preso nota della volontà della Grecia di voler autorizzare un referendum. Siamo convinti che questa sia la miglior soluzione per la Grecia. Abbiamo piena fiducia che la Grecia onorerà gli impegni presi con la zona euro e con l’intera comunità internazionale”.

In realtà il governo di Papandreu sta perdendo i pezzi. Alcuni deputati socialisti hanno, infatti, dichiarato che voteranno in modo indipendente, mettendo a rischio il passaggio del referendum popolare e aggravando ancora di più la situazione già precaria. Le ragioni di questo referendum possono essere viste da una doppia angolatura: la prima è politica, per evitare la disintegrazione del Partito socialista, infatti, il Premier greco sta tentando una disperata mossa per, se non salvare la faccia almeno il futuro del partito. L’altra chiave di lettura è invece molto diversa e si lega al fatto che il ministro della Difesa ha cambiato, nei giorni scorsi, tutti i vertici militari. Questo potrebbe addirittura essere interpretato come una paura da parte del governo ellenico, che le manifestazioni di piazza si trasformino, con l’appoggio di qualche infedeltà di palazzo, in qualcosa di molto più serio.

Il G20 che si sta tenendo in questi giorni (giovedì 3 e venerdì 4 novembre a Cannes), è stato preceduto, mercoledì 2, da due riunioni convocate in fretta e furia: tra il Cancelliere tedesco e il Presidente francese e i vertici europei prima e una cena di lavoro tra il duo franco-tedesco il Premier greco e il vertice del FMI Christine Lagarde poi. Sembra che a Papandreau sia stata fatta una esplicita domanda sul perché dell’annuncio del referendum e gli sia stata chiesta una tempistica più ridotta, entro novembre. Inoltre dalle prime indiscrezioni si apprende che i vertici franco-tedeschi vorrebbero un referendum sull’euro e non sulle misure imposte dall’Europa. Papandreau ha rifiutato poiché, dicono in patria, è convinto di ottenere la fiducia dal suo popolo.

Al G20 sono attesi anche gli aiuti dei BRICS, che si sono detti nei giorni scorsi disponibili a contribuire al fondo salva Stati, rigorosamente attraverso l’utilizzo del Fondo Monetario Internazionale e non per mezzo di società veicolo, come paventato nello scorso vertice tra i capi di Stato e di governo dell’UE. Non va infatti dimenticato che i BRICS sono molto attenti alla situazione europea, in quanto il mercato unico rappresenta un’ingente parte delle loro esportazioni e una caduta dell’euro avrebbe ripercussioni anche su di loro. Per esempio l’interscambio con la Cina nel 2010 ha raggiunto i 363 miliardi di euro ed è ovvio che la Repubblica popolare cinese è consapevole, così come gli altri BRICS, che se starà a guardare e lascerà precipitare la crisi, verrà meno uno sfogo fondamentale per le sue esportazioni.

La crisi europea, infatti, sta già cominciando ad avere i suoi effetti negativi oltre il confine europeo. Nei giorni scorsi ha portato i libri in tribunale la MF Global, un fondo d’investimento che gestisce circa 8 miliardi di dollari. Jon Corzine a capo del MF Global, ex capo della Goldman Sachs, ex senatore ed ex governatore del New Jersey è stato travolto dall’esposizione del suo fondo su titoli di Stato italiani ed europei. Per uscire da questo vicolo cieco, che sta ormai contagiando il mondo intero, come ha scritto qualche giorno fa l’ex premier Giuliano Amato sulle colonne del Financial Times, è necessario far leva, almeno a livello europeo, non tanto su ulteriori riforme e nuove regolamentazioni, quanto piuttosto sulla visione di Europa comune, a patto però che la si abbia ancora.

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