Il Corriere della Sera ha pubblicato lo scorso 24 ottobre alcuni passi del parere con cui la Direzione generale servizi giuridici della Banca centrale europea (Bce) chiarisce le basi giuridiche del niet opposto finora da Lorenzo Bini Smaghi, membro dell’executive board della Bce, alle dimissioni in concomitanza dell’arrivo di Mario Draghi alla presidenza dell’istituto.

E’ pacificamente riconosciuto che una Banca Centrale degna di questo nome deve godere di un’autonomia gestionale, economica e giuridica dal potere politico ed economico per essere in grado di assolvere al mandato di regolare l’offerta di moneta nell’interesse della pubblica utilità. Questo principio, considerato una caratteristica fondamentale delle moderne democrazie, viene ribadito con forza negli stralci del parere pubblicato sulle colonne del Corriere.

Nell’opinione si legge che “le dimissioni devono essere il risultato di un esercizio di libera volontà, non influenzato da qualsivoglia pressione politica. (…) Eventuali dimissioni dovranno essere giustificate pubblicamente perché saranno esaminate da vicino dall’opinione pubblica e dai mercati, e potrebbero avere un impatto sulla reputazione e sulla credibilità della Bce”. E ancora: “Qualunque gesto di dimissioni deve essere compatibile con il principio d’indipendenza personale. (…) Dimissioni di fatto imposte con l’obiettivo di evitare che due membri del Comitato esecutivo abbiano la stessa nazionalità sarebbero incompatibili con il principio d’indipendenza personale”. Incompatibilità che “emergerebbe se la nuova posizione esterna non fosse commisurata allo status di membro del Comitato esecutivo e del Consiglio direttivo della Bce, rendendo evidente l’esistenza di pressioni esterne”.

In altre parole, la necessità di lasciare il posto al candidato di un Paese il cui presidente mette platealmente in mostra (con estrema noncuranza verso i più comuni protocolli diplomatici) la propria insofferenza non costituisce una motivazione che potrebbe giustificare la dimissione di un membro dell’Eurotower.

Il nostro premier, facendo (più o meno legittimamente) pressione affinché Bini Smaghi lasci il suo incarico, ha più volte invocato il suo “senso dello Stato”. Ci auguriamo che proprio il senso delle Istituzioni consenta all’economista fiorentino di resistere finché la situazione non verrà risolta in modo congruo. Non si tratta di miope campanilismo. In gioco c’è la credibilità della Banca centrale europea e con essa quella della moneta unica e dell’Europa come istituzione.

Il tempo non manca. Già nel 2002, con l’arrivo di Trichet, si dovette aspettare circa un anno e mezzo perché il francese Noyer lasciasse la sua carica. Un po’ di pazienza, pardon patience, Monsieur Sarkozy!

© Rivoluzione Liberale

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3 COMMENTI

  1. Caro Re, hai dato una spiegazione molto chiara ed esauriente dell’affaire Bini Smaghi e dei tempi che ci vorranno per dare come scrivi tu una soluzione congrua.
    Una forte stretta di mano
    Giancarlo Colombo

  2. Egregio Amb. Jannuzzi,

    La ringrazio per il suo prezioso commento che rappresenta una stimolante occasione di confronto.
    Io ritengo che il punto non sia l’opportunità diplomatica delle dimissioni del Dott. Bini Smaghi, ma la giusta “contropartita” da offrire a un membro dell’executive board della Bce per consentirgli un’uscita che non sia tacciabile d’ingerenza.
    É certamente doveroso rispettare gli equilibri di potere, ma é altrettanto doveroso difendere a oltranza l’indipendenza della Banca centrale europea.

    Cordialmente,
    Giorgio Re

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