Ci sono voluti più di cinque anni per riuscire a far tornare a casa il soldato israeliano Gilad Shalit, ne abbiamo parlato in un nostro recente articolo. Cinque anni e un prezzo molto alto da pagare, 1027 prigionieri “di guerra” palestinesi in cambio di un uomo. Il caporale era stato rapito nel 2006 da un braccio armato di Hamas nella striscia di Gaza. La sua prigionia si è conclusa a Rafah, porta d’ingresso di Gaza dalla parte egiziana, dopo una delicata trattativa diplomatica portata avanti dalla Germania e dagli USA, mediata dall’Egitto e che ha visto confrontarsi direttamente il Governo israeliano e Hamas.

In molti hanno voluto cogliere una nota positiva nella felice conclusione di questo scambio vistosamente sbilanciato. Qualcosa stava cambiando nel rapporto tra palestinesi e israeliani? Abbiamo voluto approfondire la questione rivolgendo alcune domande ad Alberto Negri, inviato per il “Sole24ore” e grande esperto dell’area.

Domanda – Come possiamo interpretare questa liberazione nel rapporto tra israeliani e palestinesi, visti i continui tira e molla degli ultimi anni?

Risposta – La liberazione di Shalit va vista come uno dei tanti scambi che ci sono stati nel corso degli anni tra prigionieri “di guerra” israeliani e palestinesi. Possiamo considerarla come un nulla di fatto, Gilad Shalit rimane uno dei tanti, è ormai un’ombra della storia.

D. – E’ allora un successo diplomatico di Israele che ha scalzato i vecchi interlocutori (Abu Mazen e Fatah)?

R. – Possiamo più vederlo come un successo personale di Netanyahu. I sondaggi lo premiano: l’80% degli israeliani è stato felice di riavere a casa uno dei suoi “figli”, qualsiasi fosse il prezzo da pagare. In questi cinque anni ci sono stati diversi tentativi di mediazione dove però la diffidenza e la tensione hanno avuto il sopravvento, portando ad uno stallo dei negoziati, lo stesso stallo che ha portato finora al fallimento del processo di pace.

Shalit non viene scambiato perché c’è stato un negoziato di Pace. Dopo la sua liberazione infatti c’è stata un’escalation di tensioni: gli attacchi di Gaza contro la Jihad islamica, la questione dell’UNESCO che non depone assolutamente bene sul risultato della votazione finale nel Consiglio di Sicurezza, dove gli USA probabilmente porranno il veto all’ingresso della Palestina nell’ONU e l’Assemblea Plenaria con i suoi 2/3 di voti positivi non gli darà che uno status di osservatore, come la Santa Sede, c’è poi il congelamento dei fondi statunitensi all’UNESCO che non va sottovalutato.

Sicuramente abbiamo visto un miglioramento dei rapporti con la Turchia, in aperta rottura dopo il mortale arrembaggio israeliano alla Marmara, la nave turca di attivisti filopalestinesi diretti a Gaza nel Maggio dello scorso anno, l’aver accettato aiuti dopo il terremoto è un segnale positivo. Ma i motivi vanno ricercati più lontano e sono  ad ampio spettro. Tutto ciò cosa porta alla luce? La realtà.

D. – Quindi parlare di Primavera Palestinese è fuori luogo?

R. – Si dice che gli USA e Israele vogliano un negoziato. Ma un negoziato su cosa? Il negoziato è in stallo da tre anni (proximity talks promossi da Washington nel 2009). C’è stallo su cosa si vuole e probabilmente è proprio lo stallo che si vuole, perché oggi sono altri i problemi sullo scacchiere mediorientale.

D. – Cosa dobbiamo aspettarci?

R. – Da pochi giorni si è chiusa la missione NATO in Libia, lasciandosi dietro una serie di problemi di non scarso peso. Abbiamo visto in questi  sette mesi di guerra diversi protagonisti, le “vecchie” potenze coloniali come Francia, che ha fortissimamente voluto l’intervento, Gran Bretagna e Italia e nuovi attori come il Qatar e gli Emirati Arabi (una sorta di coalizione multiregionale alla quale ha in parte partecipato la Giordania). Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo secondario in Libia e si sono anche defilati dal punto di vista diplomatico e politico.  Il Consiglio dimissionario di Bengasi spera nell’aiuto di qualche missione ONU, prospettata da Rasmussen, o in un’azione dai contorni ancora fluidi del Qatar, piccolo ma influente ed ingombrante Stato, voluto in questa storia da Sarkozy. Ma la Libia è storia passata e gli americana la lasciano tranquillamente agli europei e agli arabi. Il gioco si fa più ampio, da Tripoli si passa al Golfo per il vero Great Game.

D. – Ci può spiegare cosa significa “Great Game”?

Teniamo a mente questa data: 31 Dicembre 2011. Gli USA lasceranno l’Irak. Come la Libia è un Paese che non è in grado di difendersi da solo, ma è enormemente più interessante dal punto di vista strategico.  Gli USA stanno costruendo una nuova architettura di sicurezza. In Barhein c’è già posizionata la Sesta flotta, in Qatar ci sono due basi americane importanti, proprio di fronte all’Iran. Doha è sicuramente un po’ troppo islamista e fa girare un po’ troppe armi senza controllo, ma Washington ha assolutamente bisogno degli alleati sunniti del Golfo. Stanno anche (ri)portando armi e uomini in Kuwait e migliorando i rapporti con i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Barhein, EAU, Kuwait, Oman, Qatar). La regione ha il 60% delle riserve mondiali di petrolio e soprattutto è la linea di faglia politico diplomatica dell’Iran. Isolare l’Iran e mettere sotto pressione la Siria. Questo è i Great Game delineato dagli Usa dopo Gheddafi. E qui torniamo a Shalit e le trattative con Hamas. Hamas ha una sede importante a Damasco, non la chiuderà (per ora), come pensano in molti, ma ha assunto uno sguardo critico nei confronti di Assad e dei gruppi estremisti. Gli USA, Israele e parte dell’Occidente hanno scelto il dialogo con i sunniti (non solo quelli della Primavera Araba ma di tutta l’area del Golfo). Un ruolo importante lo sta giocando la Turchia che è diventata il punto di riferimento dei popoli della Primavera Araba ed è riuscita a svincolarsi, a voltare le spalle ad Assad nonostante l’amicizia fraterna tra Erdogan e il Presidente siriano. Shalit e Hamas vanno messi in questo asse. La “guerra” agli sciiti, il cercare di isolare l’Iran, le pressioni alla Siria (che già sembra cedere avendo aperto il dialogo con la Lega Araba) porteranno a dei problemi anche con il Libano e gli Hezbollah (sciiti). L’Iran ha avuto la sua “grande occasione” nel 2003, quando ha vinto Saddam, ha visto andare al potere gli sciiti e il suo grande amico Talabani, quando gli USA si sono impantanati in Afghanistan. Ma cosa ha ottenuto dal punto di vista strategico? Nulla se non un inasprimento della lotta anti americana. Da qui la necessità di creare un nuovo asse che lo isoli e sciolga anche il pericoloso nodo del nucleare. Martedì verrà pubblicato il nuovo dossier sull’Iran dell’Agenzia atomica internazionale, in Israele si parla di “opzione militare più vicina”, i servizi di intelligence di tutti hanno avvertito i loro leader che il tempo stringe. Peres cita uno per uno i leader mondiali ricordandogli le loro promesse “mai un Iran nucleare” e il loro obbligo ad intervenire prima, se non vogliono che Israele faccia da sé.

Saddam, Gheddafi, Assad, Baghdad, Tripoli, la Primavera Araba, Shalit e Hamas sono Storia. Oggi lo scenario è cambiato, si è spostato ad est e il gioco si fa ancora più duro e complesso. Ma è una Storia in divenire.

© Rivoluzione Liberale

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