Per un Paese dell’importanza dell’Italia, con una economia sostanzialmente solida, esser messo sotto vigilanza dall’UE, è apparso grave; ancor più pesante è risultata la decisione del G20 di commissariarlo di fatto; insopportabile è stata infine l’umiliazione subita da un personaggio da operetta, come Sarkozy, fino a poco tempo fa, nel suo stesso Paese, ritenuto nient’altro che un modesto imitatore di Berlusconi. Immaginare che la professoressa Cristine Lagarde, fino a poco tempo fa Ministro del Governo francese, dovrà venire periodicamente a metterci i voti ed a promuovere o bocciare l’Italia, è qualcosa che fa venire il voltastomaco.

Fatta questa doverosa premessa, per sottolineare l’ingiustizia di un trattamento che l’Italia non può accettare passivamente, bisogna riconoscere che tutto questo deriva certamente da nostre colpe. La sfiducia dell’Europa e del FMI, del cui aiuto oggi abbiamo bisogno, dipende dalla perdita di credibilità internazionale del Premier, ma riguarda tutta la classe politica italiana, afflitta da conservatorismo, corporativismo e clientelismo. Sia maggioranza che opposizione, rivelatesi indecise a tutto, hanno offerto la vera cifra delle loro impotenza, facendo quanto potevano per meritare la bocciatura dei mercati, che sono neutri, ma spietati.

Il Governo, anziché produrre provvedimenti incisivi, cercando di approfittare della crisi come un’opportunità per fare le riforme necessarie, ha soltanto scritto letterine di buone intenzioni. L’opposizione, come un disco rotto, ha continuato a chiedere soltanto le dimissioni di Berlusconi e a dichiararsi disponibile ad appoggiare un Governo di transizione, ma senza indicare cosa esso dovrebbe fare, per non dividere la propria base di consenso. Facilmente, quindi,  il giovane sindaco di Firenze, Renzi, ne ha potuto rilevare le palesi contraddizioni.

I pur lodevoli sforzi del Capo dello Stato volti a difendere il prestigio e la dignità del Paese, finora, sono risultati vani. Nulla, peraltro, fa ritenere che la situazione sia destinata a migliorare. Infatti, il Presidente del Consiglio, preoccupato soltanto di salvaguardare i propri interessi, dimostra di non avere la sensibilità istituzionale necessaria a prendere atto che, oltre al prestigio nei confronti degli altri Capi di Stato, è precipitato nei suoi confronti anche il consenso della stragrande maggioranza degli italiani. Egli persegue quindi l’unico obiettivo di evitare una crisi di Governo immediata, per arrivare alla fine dell’anno e tentare di ottenere lo scioglimento  delle Camere e le elezioni anticipate con l’attuale legge. Questo gli consentirebbe di eliminare i parlamentari di cui non si fida più e tornare nelle nuove Camere, sia pure come capo di un’opposizione, che userà per difenderlo dagli attacchi politici, e soprattutto giudiziari, nei confronti della sua persona e del suo patrimonio. Tale interesse coincide con quello del suo compagno di merende Umberto Bossi, che ha bisogno di ridimensionare Maroni per poter preparare la successione in favore del figlio, del cui genio politico pochi leghisti appaiono convinti. Inoltre, nei fatti, trova un alleato in Di Pietro, che teme un possibile avvicinamento del PD all’area di Centro con una sua conseguente emarginazione, mentre, se si andasse al voto subito, i sondaggi darebbero vincente la coalizione di sinistra, condizionata dal giustizialismo dell’IDV e dal radicalismo conservatore di Vendola e della CGIL.

Tuttavia il disegno berlusconiano potrebbe naufragare se alcuni parlamentari, preoccupati di perdere il posto, dovessero abbandonarlo, con la stessa logica, in senso contrario, con cui i cosiddetti responsabili, lo sostennero un anno addietro. Quindi il Governo è appeso ad un filo, ma anche la legislatura è in bilico.

Berlusconi sa che, se arrivasse a costituirsi un nuovo Gabinetto non guidato da lui, perderebbe il controllo di un partito padronale, che è riuscito a creare e a tenere unito solo grazie alla propria forza, ma che si sgretolerebbe in pochissimo tempo, se perdesse il ruolo di collante. Questo capita quando si pretende di poter costruire un soggetto politico, anziché sulla base di ideali e valori, unicamente sulla ipotesi di conquistare il potere e condividerlo con i propri fedeli, nominati per garantire gli interessi del capo e liberi di fare i propri sul territorio. Chi si è trovato per il capriccio del padrone a rivestire un ruolo di prestigio solo per caso o per un miracolo, non accetta facilmente la prospettiva di dover rinunciare ed è pronto a convertirsi ad un’altra fedeltà, che appaia vincente, pur di difendere la propria posizione.

Se quindi Berlusconi, condizionato dalle corporazioni e attanagliato dalla paura di aver coraggio, dovesse miracolosamente superare la prova di un altro voto di fiducia, potrebbe riuscire nel proprio intento di arrivare ad una conclusione della legislatura e guidare la destra a nuove elezioni nella primavera prossima, altrimenti la frana nel PDL sarà inarrestabile. In tal caso, come dopo la caduta del fascismo, ci saranno quasi esclusivamente antiberlusconiani. Scontando l’incomprensione di molti benpensanti di idee liberali, abbiamo sempre diffidato di un movimento, fondato sul populismo plebiscitario, che aveva la pretesa di accreditarsi come liberale. Oggi risultiamo scomodi, perché facciamo emergere la  cattiva coscienza del ventre molle del Paese. Ma a questo ormai siamo abituati.

Una questione molto più delicata invece desta grande preoccupazione nel Presidente della Repubblica. Lo scioglimento delle Camere costituisce un grave trauma, non soltanto per la conseguente lunga parentesi di mancanza di guida di fronte alla grave crisi economica che stiamo attraversando, ma per il grave rischio che comporterebbe votare con l’attuale legge elettorale. Non soltanto si avrebbe un altro Parlamento di nominati, che verrebbero scelti persino con maggiore cinismo per evitare “crisi di coscienza” come quelle dei vari Scilipoti, ma vi sarebbe un’altra insidia.

I cittadini hanno dimostrato concretamente di volersi riappropriare della sovranità, che loro compete, con una massiccia adesione alla campagna di raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge elettorale porcellum. Questo fa presupporre una vittoria travolgente dei sì, quando esso si celebrerà. Sarebbe quindi inevitabile, subito dopo, una ulteriore conclusione anticipata della nuova legislatura per votare secondo le indicazioni del popolo sovrano. Principalmente per tale motivo il Capo dello Stato ritiene necessario un Governo di decantazione che possa, prima del voto, cambiare una legge che, a ragione, viene ritenuta la principale causa del decadimento dell’istituto parlamentare.

Riuscirà il nobile e responsabile tentativo di Napolitano o prevarrà l’egoismo dei due conservatorismi di destra e di sinistra ed il gioco dei veti incrociati? Questo è il vero problema del Paese, non se e quanto durerà l’attuale Governo che come un’ombra sopravvive a sé stesso ma è già morto e sepolto da tempo. La settimana che sta per iniziare sarà cruciale, non solo per la sorte del Capo del Governo e della armata Brancaleone che ha portato ai vertici dello Stato, ma per una opposizione, divisa ed impotente, che non ha una propria proposta politica, ma si limita a giocare tutto su un antiberlusconismo anacronistico, confidando soltanto sul crollo di consensi dell’avversario.

E’ venuto il momento della verità. I problemi che ci attanagliano non possono essere risolti con un ulteriore aumento della pressione fiscale, giunta, per tutti, poveri e ricchi, a livelli insopportabili, ma con le necessarie scelte riformatrici, puntualmente indicate dal PLI, che gli italiani invece potrebbero accettare.

Forse siamo degli inguaribili ottimisti, perché continuiamo, nonostante tutto, ad avere fiducia nelle straordinarie risorse del nostro popolo. Alla fine, per fortuna, la Politica finisce sempre col vincere, anche rispetto alla miseria o alla perfidia degli uomini. Vogliamo augurarci che un grande Paese come il nostro, liberandosi di una classe dirigente marcia e impotente, saprà trovare la forza di dare una risposta all’altezza con un’impennata d’orgoglio.

Abbiamo di fronte a noi un’occasione unica per spazzare via i mercanti, gli opportunisti, i populisti, i giustizialisti e reagire anche, con i fatti, all’arroganza del piccolo Presidente dei francesi che, nelle ormai imminenti elezioni, farà una fine non dissimile da quella di Berlusconi, da lui oggi disprezzato, ma in passato scelto come modello.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. il quadro è chiaro come al solito da attento ……osservante?!
    Sarebbe ora che ridiventiamo pure …..praticanti!!!!
    Un abbraccio!

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