Sono secoli che la Francia tenta di espandere la propria influenza politico-economica su tutto il Vecchio Continente. Numerosi i periodi storici in cui ha lottato strenuamente per il potere, senza mai riuscire in concreto a realizzare i propri piani. Se la Spagna già secoli fa si auto-eliminò dalle competizioni per il predominio europeo, Parigi ha dovuto e voluto, nel tempo, confrontarsi con la potenza inglese da una parte e tedesca dall’altra (nelle sue svariate forme).

Anche oggi, in un momento di crisi drammatica, assistiamo allo scialbo teatrino imbastito dai cugini d’Oltralpe, che – fortuna nostra e di tutto il continente – li vede solo ‘abbaiare’ per poi nascondersi dietro le spalle della ben più ‘potente’ Germania. Le ripetute manovre che hanno visto la Francia  in oltre sessant’anni d’Europa protagonista nel maldestro tentativo di guadagnarsi la tanto agognata supremazia continentale, il più delle volte si sono rivelati vani, più mediatici che reali.

L’eterna rivale Germania, che dall’Ottocento ad oggi ha avuto diverse occasioni di far tentennare il solidissimo patriottismo transalpino, è ora la compagna d’avventure ideale per far risorgere dalle ceneri l’Unione Europea, anche se sessant’anni fa la Francia immaginava tutto un altro scenario. Quando il 18 aprile 1951 fu siglata la nascita della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) allora fu la Francia a vedere più nitidi i contorni della propria supremazia economica. L’Inghilterra – troppo occupata a gestire i rapporti atlantici e il proprio Commonwealth, geograficamente e storicamente poco interessata alle vicissitudini continentali – era concorrente ma spettatore. La Germania invece, spezzata in due tra Est ed Ovest, non sarebbe riuscita a recuperare per tempo il gap che l’avrebbe separata dalla restaurata repubblica francese.

Questa configurazione geopolitica portò la Francia del ‘generalissimo’ de Gaulle a fare il muso duro per tutti gli anni ’60 del secolo scorso: dal veto nel ’58 all’estensione dell’Area di Libero Scambio, alla bocciatura dell’adesione alla Cee nel ’63 dell’Inghilterra, alla ‘crisi della sedia vuota’ nel ’66. Tutto inutile. Benché i tentativi di leadership si protrassero per decenni, la ritrovata identità europea inglese e il miracolo economico tedesco, insieme alla fine del regno ‘degaulliano’, non permisero il colpo di reni dei ‘galletti’ e di fatto questa spinta libertaria europeista fu ossigeno per tutte le economie depresse, dal Nord al Sud Europa che erano uscite devastate dal secondo conflitto mondiale.

Gli anni accesi della guerra fredda che focalizzarono l’attenzione sulla continua sfida Usa-Urss lasciando la Comunità Europea alla sua lenta e macchinosa crescita, non raffreddarono le strategie dei francesi che ampliarono i propri orizzonti d’influenza economica, monopolizzando dal 1978 al 2000 l’Fmi (quotando, tra l’altro, 5 presidenti su 12). L’incontrastabile ascesa tedesca, soprattutto degli ultimi vent’anni, ha demoralizzato la Francia che – nonostante tutto – si era guadagnata finalmente a fatica uno spazio d’influenza. Ma decise di opporsi alla Costituzione europea, infrangendo in tal modo e definitivamente i suoi antichi sogni di leadership continentale.

Oggi assistiamo al definitivo sgretolamento dell’impalcatura costruita in tutti questi anni di Europa. Infatti la Francia tenta goffamente di mascherare i gravi problemi economici a cui deve far fronte. Tre delle sue più grandi banche sono esposte con più di 300 miliardi di euro in titoli greci e il declassamento dei titoli sovrani di certo non aiuta i boriosi cugini. Però, in linea con il loro tentativo ormai plurisecolare, loro si proclamano il faro che guida l’Unione fuori dai tempestosi mari degli speculatori finanziari e si permettono con cattivo gusto di deridere chi viaggia sulla stessa barca.

© Rivoluzione Liberale

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