Il quattro novembre è singolarmente assurto sia in Italia che in Russia a giornata di festeggiamenti nel segno della nazione e del patriottismo. Nella Federazione si celebra infatti la Giornata dell’unità nazionale in ricordo della cacciata di Polacchi e Lituani da Mosca nel 1612, che pose fine al cosiddetto Periodo dei Torbidi. La festività, dopo una novantina d’anni di oblio, è stata reintrodotta da Vladimir Putin nel 2005 in luogo di quella del 7 novembre, che ha celebrato durante tutta l’epoca sovietica (e anche oltre) la Rivoluzione d’Ottobre.

Nonostante la ricorrenza sia generalmente poco sentita dalla popolazione (nel 2007 solo il 23% dei russi conosceva il nome della festa), è stata progressivamente egemonizzata dal novero dei partiti, gruppi e movimenti di tendenze nazional-patriottiche ed identitarie. Queste formazioni ne han fatto un banco di prova per testare la propria forza e rappresentatività, principalmente tramite la “Marcia dei Russi” che viene organizzata in questa occasione sin dal 2005.

L’ultranazionalismo slavo sembra proprio aver intrapreso uno stabile percorso di crescita numerica ed organizzativa. Come ogni anno, i principali movimenti di estrema destra – legali o meno – hanno preparato minuziosamente la Marcia per settimane. Appelli alla mobilitazione sono apparsi sulle pagine internet dei maggiori gruppi, quali lo Slavjanskij Sojuz – Nacional-Socialističeskoe Dviženie (Unione Slava – Movimento Nazionalsocialista) e il Dviženie Protiv Nelegal’noj Immigracii (Movimento Contro l’Immigrazione Clandestina). La peculiarità dell’iniziativa è data, tra l’altro, dall’estensione dell’invito a partecipare rivolta anche a partiti politici su posizioni speculari, seguendo uno spirito bipartisan affatto originale per i nostri standard. Su tutti il KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa), che ha declinato per il timore di essere coinvolto in azioni organizzate di violenza da cui il partito si è sempre astenuto. Ciò nonostante Ivan Mel’nikov, Vice Presidente del Comitato Centrale, ha testualmente affermato: “Per quanto riguarda il loro invito alla Marcia, noi riteniamo un buon segno che la posizione politica del Partito Comunista per la tutela del popolo russo e della cultura russa, della lingua e dei valori originari sia stata ascoltata e apprezzata”.

Inter alia, l’eclettismo dei comunisti russi è ulteriormente suffragato dal loro “cavallo di battaglia” elettorale in vista delle elezioni di dicembre: la richiesta di reintrodurre sul passaporto le informazioni sull’etnicità. Tale mossa è stata stigmatizzata come propagandistica dal partito governativo Russia Unita, che ha evidenziato la contraddizione in termini di una richiesta apertamente nazionalista avallata da un partito che per vocazione dovrebbe essere internazionalista.

Tornando alla Marcia, Dmitrij Dёmuškin – controverso politico già leader di Slavjanskij Sojuz (ora fuorilegge per l’ideologia suprematista ed apertamente neonazista) ed attualmente fra gli organizzatori della manifestazione –  ha confermato l’adesione all’iniziativa di oltre 40 fra organizzazioni e gruppi politici. Le parate sono state organizzate simultaneamente in più di dieci città della Federazione. Ancora una volta, il veicolo di comunicazione preferito è stato Vkontakte (omologo russo di Facebook), insostituibile nell’amplificare e diffondere il messaggio e nel fornire indicazioni utili ai partecipanti. L’iniziativa numericamente più rilevante ha avuto luogo a Mosca, nel quartiere periferico di Ljublino.

Era stato espressamente richiesto di evitare simboli di partito ed infatti i colori predominanti sono stati il nero-bianco-giallo  del vessillo imperiale, ormai fatto proprio dai nazionalisti. Punteggiavano il corteo anche numerosi tricolori della Repubblica di Serbia, mentre non si son viste bandiere della Federazione Russa. Dalla colonna, snodatasi per diversi chilometri, si sono alzati slogan quali “Russia ai Russi”, “Basta sfamare il Caucaso”, “Abbasso il partito dei truffatori e dei ladri” (ovvio riferimento a Russia Unita), “Il Kosovo è Serbia”. Secondo gli organizzatori, hanno partecipato più di 20.000 persone, mentre le autorità hanno limato tale cifra a 7.000. Anche nelle altre città si sono avuti importanti riscontri in termini numerici. A Nižnij Novgorod sono confluiti esponenti dell’ormai fuorilegge NBP (Partito Nazional-Bolscevico) e della sua filiazione Drugaja Rossija (Un’altra Russia). Si è protestato prevalentemente per la scarcerazione di quattro giovani (“prigionieri politici”) coinvolti negli incidenti di Manežnaja Ploščad’, di cui abbiamo già riferito in un precedente articolo.

Lo spirito dell’iniziativa è riassumibile nell’intervista pubblicata da Nezavisimaja Gazeta ad un «elegante signore di mezz’età» che sfilava a Mosca. Costui ha affermato di aver partecipato a manifestazioni di diverso segno politico, con la differenza che «mentre per andare con i Naši di Putin mi hanno pagato, qui ci sono venuto con il cuore». Sono forse proprio le politiche implementate dal Cremlino che sembrano non rispondere adeguatamente ai bisogni dei segmenti più deboli della società – quali alloggio e lavoro – ad essere il principale fronte della crescente ondata di nazionalismo aggressivo e di reazione identitaria che attraversa la popolazione russa indifferentemente dalle convinzioni politiche. Per rispondere ad istanze sollevate in modo così radicale, potrebbe non esser sufficiente assembrare in fretta e furia 10.000 sostenitori di Russia Unita a Mosca come reazione di segno uguale e contrario alla “Marcia dei Russi”.

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