Non sono un economista e neppure un analista finanziario, ma una riflessione sui motivi della crisi in cui si trova tutta l’economia europea (e non solo) credo di poterla egualmente fare, utilizzando qualche limitata  conoscenza dei fatti ed una piccola dose di comune buon senso.

Ogni volta che si affronta l’argomento, la discussione che ne deriva oscilla tra due estremi.

Per un verso, ogni interlocutore sente una stretta al petto, nel punto più vicino al portafoglio, perché teme di perdere i suoi pochi o tanti risparmi, e si predispone ad una certa dose di indulgenza nel momento in cui si trova a valutare gli interventi  che i governi e le istituzioni finanziarie sovranazionali vanno escogitando per mettere in sicurezza le banche sistemiche (quelle che non devono fallire, perché sono troppo grandi), ormai gravate da montagne di crediti verso gli Stati incapaci di onorarli (dalla Grecia in avanti) e da altre montagne di titoli misteriosi messi a bilancio ad improbabili valori virtuali generati dalla c.d. finanza derivata. (per intenderci, quella che si basa sul “nulla circondato dal niente”).

Nello stesso momento, chi ne discute avverte una rabbia sorda verso quei banchieri che, facendo credito a governi impresentabili o creando artificiali matriosche finanziarie, hanno messo per tanti anni a bilancio fatturati fantasiosi ed utili straordinari, su cui hanno di volta in volta calcolato compensi stratosferici, attribuendosi in particolare fantastiche stock options, poi monetizzate al momento (per loro) più opportuno, e così ricavandone senza pudore redditi miliardari, questa volta non virtuali ma effettivi.

Combattuto tra queste due contrastanti spinte psicologiche, la stessa persona è portata a giustificare ed insieme a condannare le garanzie offerte dall’UE al sistema bancario, contento se ne viene evitato il fallimento ed al contempo infuriato per il fatto che quel soccorso interviene con denaro e/o con indebitamento pubblico, e quindi, in definitiva, anche con un indiretto finale prelievo sui suoi risparmi attraverso  la leva fiscale.

Devo dire che quasi nessuno dei tanti che si appassionano all’argomento si pone il problema del perché ci siamo venuti a trovare in questa situazione.

In fondo, il cittadino comune è portato a pensare che la banca sia solo quello sportello nel quale ha aperto un conto, utilizzato di volta in volta per depositarvi i risparmi e per pagare le spese, ottenendo sui saldi per lui attivi (quando ci sono) interessi ridicoli, spesso addirittura soverchiati dalle spese e dalle tasse.

E non si accorge che, negli ultimi venti anni è cambiato tutto, perché quella stessa banca, che in origine era un mero operatore commerciale, come tale abilitato a raccogliere risparmio e ad erogare credito per scopi produttivi, è diventata un operatore universale, come tale abilitato a negoziare anche su misteriosi ed insondabili strumenti finanziari così detti derivati, in cui, il più delle volte, nessuno sa esattamente cosa si nasconde.

E tutto questo non è avvenuto per l’arbitrio degli operatori  o per l’incuria dei controllori, ma in forza di precise disposizioni di legge che hanno via via eliminato quelle barriere che il buon senso del Legislatore successivo alla grande crisi degli anni trenta del secolo scorso, aveva introdotto proprio per evitare i guai allora generati dal (e nel) sistema bancario, e che oggi si sono puntualmente ripetuti, ovviamente ingigantiti dalla crescita esponenziale nel frattempo intervenuta nell’economia globalizzata in cui ci muoviamo .

A mettere un freno alle anomalie del sistema bancario americano dei primi decenni del secolo scorso ci aveva pensato il legislatore USA nel 1933 col Glass-Steagall Act, imponendo la specializzazione temporale e funzionale degli impieghi;  e sulla stessa linea si era mosso anche il legislatore italiano, con la legge bancaria del 1936, che aveva nettamente distinto le banche dedicate al pubblico degli utenti rispetto a  quelle dedicate al mondo degli affari; ed analogamente si era comportato il resto del mondo occidentale.

Con quella normativa, forse troppo schematica ma certo prudente e giudiziosa, come era richiesto dalla delicatezza del settore e dalla necessità di rimediare alla crisi di allora, il sistema bancario mondiale è riuscito a rinascere dalle sue ceneri ed a superare anche gli sconquassi del conflitto mondiale, contribuendo alla ricostruzione civile ed industriale dell’Europa distrutta dalla guerra e degli altri continenti che ne erano stati più o meno coinvolti.

Negli anni novanta quegli argini hanno ceduto, sotto la spinta combinata dei grandi finanziatori e degli spericolati manager finanziari, gli uni e gli altri ricerca di nuove occasioni di grandi profitti in tempi brevi, con la complicità più o meno consapevole della politica e nell’indifferenza dell’opinione pubblica, che non ha avvertito i rischi dei cambiamenti che si andavano a proponendo “sub specie novitatis”, che, da  lì a qualche tempo, sarebbero stati scaricati sui piccoli risparmiatori alla ricerca di modeste remunerazioni dei loro capitali.

A monte di tutto c’era il fatto che per la seconda volta, dopo le distorsioni già verificatesi all’inizio del secolo scorso, si era andato consolidando un abnorme differenziale nella distribuzione della ricchezza mondiale, a favore di una fascia sociale molto piccola e tuttavia titolare di risorse infinitamente grandi; ne era derivata una eccessiva concentrazione di risorse, ogni giorno alla ricerca di lucrosi investimenti finanziari produttivi di rendite immediate ed esponenziali, ed invece restie a collocarsi negli impieghi dell’economia reale e delle sue complesse sinergie cogli altri fattori della produzione, la cui redditività è naturalmente graduale nel tempo proprio perché commisurata all’impegno ed al merito.

Francamente, non sono in grado di dire se ciò che è accaduto a partire dagli anni novanta del secolo scorso sia conseguenza solo temporale (post hoc) o anche causale (propter hoc) dell’insofferenza della finanza mondiale per i vincoli della legislazione introdotta negli anni trenta, anche se è lecito più di un dubbio in tal senso.

Constato soltanto ciò che è effettivamente avvenuto a seguito dell’introduzione, in Europa, della Direttiva 1989/646/CEE, poi applicata in Italia col D. Lgs. 481-1992 (attività degli enti creditizi) e  col D. Lgs. 385-1993 (testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), con contestuale abrogazione della legge bancaria del 1936; ed a seguito dell’introduzione, negli Stati Uniti,  del Gramm-Leach-Bliley Act del 1999, con contestuale abrogazione della normativa del 1933.

In tal modo, è venuta  meno la prudente separazione degli operatori bancari, la cui specializzazione funzionale, per circa sessanta anni, aveva costituito il motore dell’economia produttiva mentre teneva al sicuro (salvo specifici casi di malversazione) i depositi dei risparmiatori; si è invece andato affermando il modello della banca universale (che poteva far di tutto e di più), selvaggiamente impegnata ad inventarsi ogni giorno nuovi strumenti finanziari allo scopo di velocizzare e massimizzare le remunerazioni di finanziatori e banchieri, stretti in un patto non scritto di reciproca convenienza, mentre i rischi venivano scaricati, direttamente o indirettamente, sugli ignari risparmiatori.

Con quella radicale deregolamentazione,  salutata dall’entusiasmo dei pochi interessati e dall’indifferenza dei più distratti, il sistema bancario ha beneficiato di una straordinaria crescita, che si è tradotta in grandiosi benefici per i suoi principali protagonisti (banchieri e grandi finanzieri) ed in momentanei ed illusori guadagni per i piccoli investitori, subito dopo vanificati dalle crisi dei debiti sovrani (Argentina, etc.) e dalle bolle speculative di qualche colosso finanziario (Lehman Brothers, etc.).

Quando parlo di sistema bancario, non intendo ovviamente riferirmi a tutte le banche; anche qui, qualche distinzione non guasta, posto che ce ne sono molte, specie in Italia, che si sono sottratte a questo gioco perverso, privilegiando la loro naturale funzione di intermediari finanziari, attenti agli investimenti nell’economia reale.

Cito, per tutti, il caso del Gruppo Cassa di Risparmio di Ravenna (non per niente guidata da un liberale “doc” come Antonio Patuelli), che mena giustamente vanto di avere sempre sostenuto la sana e prudente economia produttiva, e quindi di non detenere titoli azionari e obbligazionari esteri, e nemmeno titoli azionari quotati in Italia, e di non avere mai privilegiato l’uso dei derivati a fini speculativi e di avere vietato al proprio interno le stock options e le liquidazioni eccedenti il Contratto Nazionale di Lavoro, facendone così, tra i gruppi bancari italiani di medie dimensioni, il primo per solidità, il secondo per produttività ed il terzo per redditività, e, nel complesso, il secondo nella superclassifica che condensa quegli indicatori, pubblicata dalla rivista specializzata “Banca Finanza”.

Sta di fatto che oggi, nel momento in cui la crisi della finanza virtuale investe il mercato, impegna i governi e preoccupa i risparmiatori, buona parte delle risorse delle banche centrali e degli stati sovrani finirà per essere impiegata per mettere riparo ai guasti della speculazione finanziaria, allo scopo di salvare le banche sovraesposte e, con esse, il risparmio di tanti cittadini, e ciò proprio quando ci sarebbe invece bisogno di impiegare tutte le risorse disponibili per fare ripartire l’interazione virtuosa tra produzione e consumi, che è l’unica strada che può stimolare la crescita del PIL e quindi, insieme,  il miglioramento dei conti pubblici e dei bilanci familiari.

Non bisogna quindi stupirsi se tante persone per bene (assieme a qualcuna per male), in giro per il mondo, si vanno indignando ogni giorno di più nel momento in cui registrano che chi ha speculato sulla finanza virtuale e chi l’ha favorita o permessa  viene gratificato coi soldi di tutti.

Se quella tradizionale distinzione tra banche commerciali e banche d’investimento fosse stata mantenuta, gli Stati e le organizzazioni sovranazionali potrebbero tranquillamente lasciare andare “in default “ anche i più grossi operatori finanziari, che così pagherebbero il giusto pegno per essere andati oltre misura, come sarebbe giusto che accadesse secondo le regole del mercato.

Ma tutto questo non è oggi possibile, perché ne risulterebbero coinvolti anche gli incolpevoli risparmiatori che hanno affidato i loro risparmi a quegli spericolati operatori, e, in definitiva, la credibilità dell’intero sistema degli intermediari finanziari, assolutamente essenziale in ogni economia di mercato; per cui, l’ennesima ruberia ai danni dei cittadini finirà per consumarsi col loro obbligato consenso.

Ed allora, mentre l’U.E., per evitare danni sistemici maggiori, si appresta a mettere in sicurezza il sistema bancario, in particolare quello francese e tedesco, e mentre impone drastiche ricapitalizzazioni a qualche banca italiana che magari non lo merita, sarebbe bene cominciare a riflettere sull’opportunità di rimediare all’imprudenza della deregolamentazione degli anni novanta, che, come troppo spesso è accaduto, ha provocato la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite.

© Rivoluzione Liberale

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4 COMMENTI

  1. Nell’ultimo paio di decenni la cosidetta ricapitalizzazione delle banche è arrivata nel mondo alla cifra di 14.000 miliardi di dollari, cioè sette volte il debito pubblico italiano e quasi due volte il debito dell’intera eurozona. Dovrebbe essere ormai evidente a tutte le persone dotate di un minimo di buon senso che il sistema bancario, così come funziona oggi, è uno spaventoso buco nero che disintegra qualsiasi moneta capiti nel suo campo d’azione. Possiamo permetterci di continuare così?? Cosa ci vuole per obbligare i governi a emanare alcune poche leggi semplici e restrittive?

  2. Non è affatto facile spiegare il perché e il per come si sia verificata la crisi economica che sconvolge molti Paesi. Pur tuttavia, con questa importante riflessione, l’on Enzo Palumbo mette a nudo, col buon senso del giurista bene informato e ben formato ovvero ispirato dai principi e dai valori del pensiero liberale, il percorso normativo e le politiche economico-finanziarie che hanno favorito e “legittimato” la nascita e la crescita della gravissima crisi planetaria della finanza governata attraverso la gravissima deregulation del sistema bancario.
    Mi preme sottolineare quanto sia particolarmente appropriato il richiamo di Palumbo alla parallela introduzione negli Usa e in Europa di una deregulation che ha minato le fondamenta della legge bancaria risalente agli anni ’30 del secolo scorso (Gramm-Leach-Bliley Act del 1999 con contestuale abrogazione della legge bancari del 1933 negli USA e Direttiva 1989/646/CEE, poi applicata in Italia col D. Lgs. 481-1992 – attività degli enti creditizi – e col D. Lgs. 385-1993 – testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia -, con contestuale abrogazione della legge bancaria del 1936).

  3. Devo dire che l’ottima esposizione di Enzo ci fa capire quello che magari fino al giorno prima ignoravamo.Io sono però a favore di tutti gli strumenti derivati quali Stock Options, Swap, Forward, Futures ecc. Ritengo che la finanza abbia assoluta necessità di questi strumenti che servono, soprattutto, per le coperture e, in secondo luogo, per la speculazione. È però ovvio che chi s’improvvisa operatore esperto di questi strumenti senza averne la giusta conoscenza crea solo dei danni a se stesso e agli altri. A volte creando delle vere catastrofi.

  4. I “troppo grandi per lasciarli fallire”

    Non so valutare se la divisione tra banche commerciali e banche di investimento risolverebbe il problema; diciamo che ho qualche dubbio che una grossa banca di investimento sarebbe lasciata tranquillamente fallire anche se in condizioni disastrose.

    Il problema dei “troppo grandi per lasciarli fallire” riguarda non solo le banche ma tutte le grandi aziende sia a capitale pubblico che a capitale privato. Nel nostro passato economico abbiamo vari esempi di ripianamento di aziende che da un punto di vista economico sarebbero dovute fallire ma che lo Stato ha poi ampiamente foraggiato per evitare “forse” guai maggiori. Di solito in questi casi i grandi manager e padroni sono i primi a guadagnare dal sostegno dello Stato; consideriamo ad esempio Alitalia e Ferrovie dello Stato: quanti soldi hanno preso i vari amministratori delegati al momento in cui hanno lasciato aziende da loro stessi dissetate o quanto meno lasciate peggio di come le avevano trovate?

    Mi domando se una qualche forma che leghi economicamente l’andamento di un’azienda, in particolare pubblica o di rilevanza pubblica (quelle “troppo grandi per fallire”) a chi le gestisce potrebbe risolvere il problema (almeno per ora, perché poi ogni soluzione col tempo può non essere più una soluzione ma un nuovo problema). Quindi: perché non parlare di – e proporre – bonus e liquidazioni legate all’andamento aziendale e quindi bonus e liquidazioni anche negative? Con parte eventualmente valutata e pagata anche dopo il momento in cui si lasciano gli incarichi per spingere a gestire con lungimiranza e non con il criterio del “mordi e fuggi”? E perché non pensare a forme di garanzie economiche nel momento in cui si assume un incarico? Garanzie che possono essere date in parte con beni propri ed in parte (o in tutto) cumulando i compensi pattuiti da corrispondere successivamente come detto? Penso che un grande manager che crede nelle proprie capacità e ama scommettere accetterebbe; e penso che qualcosa di simile Marchionne l’avrebbe probabilmente accettato al momento di prendere in mano la FIAT. Chiaramente sono spunti tutti da approfondire ma non escluderei che su questa strada si potrebbe trovare una soluzione senza tornare necessariamente al passato. Bene le banche piccole, ma non possiamo fare a mento di quelle grandi: sono necessarie.

    ps.: aggiungerei che quando lo Stato o più esattamente i partiti usano le aziende come strumento di mantenimento delle clientele è ancora più difficeile parlare di fallimento, e anche i miei “spunti” perdono qualsiasi ipotetica validità.

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