La manovra economica annunciata lunedì scorso dal Governo francese conferma la decisione dell’Eliseo di dare la priorità al risanamento dei conti pubblici prima di affrontare la questione della crescita: “La Francia deve fare più sforzi” ha affermato il premier francese Francois Fillon, perché “un mondo in bancarotta non è più un concetto astratto”.

Il timore di finire nella “pericolosa spirale” dell’aumento dello spread tra il bund tedesco ed i titoli di Stato francesi, che negli ultimi giorni hanno raggiunto il record storico di 131,3 punti base, in risposta all’accertato rallentamento del Pil francese, misurato all’1% contro l’1,75% previsto, ha spinto il Governo ad una seconda manovra dopo quella del 24 agosto, per risparmiare 18,6 miliardi tra il 2012 ed il 2013.

L’obiettivo è di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2016, e contestualmente di rassicurare i mercati sulla propria stabilità economica, evitando il rischio di contagio anche in vista della revisione del rating – attesa a breve – quella tripla A mantenuta finora che attesta la solidità dell’economia francese.

L’impatto di questa seconda manovra sarà di ‘soli’ 7 miliardi di euro per il 2012, contro i 10,5 della prima, ma la sua più complessa e progressiva strutturazione permetterà un aumento dei risparmi fino ad un totale di 65 miliardi di euro entro il 2016, in combinazione con la prima, portando ad un totale di 115 miliardi, tra minori spese e maggiori entrate, il risparmio generato da tutte le misure correttive promosse dal 2007 ad oggi, come ricordato dallo stesso premier.

Tra i punti principali della manovra l’aumento dell’Iva agevolata dal 5,5% al 7% (escludendo i beni di prima necessità e le forniture energetiche), in linea con quella tedesca, misura che rivela l’inefficacia del tentativo mosso due anni fa di stimolare i consumi riducendo l’aliquota al settore ristorativo ed edilizio, l’anticipazione di un anno dell’innalzamento dell’età pensionabile (dal 2018 al 2017) ed una maggiore tassazione degli aumenti dei redditi con un aumento di fatto dell’Ir (l’Irpef italiana).

A questi tre punti se ne affiancano altri indirizzati ai contribuenti delle fasce economiche più forti, come l’aumento del prelievo sul ricavato da dividendi ed interessi dal 19 al 24%, un aumento del 5% dell’imposta sulle società per le aziende con un fatturato superiore ai 250 milioni e una tassa di solidarietà sui grandi patrimoni.

Ma soprattutto le fasce più deboli accusano i tagli alla spesa previsti dalla manovra, come la scomparsa dei prestiti a tasso zero sugli affitti con contratti che superano i 9 anni, una forte limitazione all’aumento della spesa sanitaria (settore che già aveva visto il passaggio del valore d’imposta sulle prestazioni mediche dal 3,5 al 7% con la manovra d’agosto), le riduzioni delle agevolazioni fiscali, specie in campo immobiliare ed il dimezzamento dell’aumento dei costi relativi alle prestazioni sociali.

Con la somma delle due manovre economiche francesi certamente l’obiettivo dello ‘zero deficit’ sulla carta è più vicino, ma bisogna chiedersi se sia questo ciò che i mercati richiedono per fidarsi della sostenibilità del debito di una Nazione, o se non sia piuttosto un percorso di crescita definito in parallelo al consolidamento delle finanze pubbliche, sul quale sembra puntare il Governo tedesco, che in questi giorni sta considerando una serie di misure per ridurre le tasse per un totale di 6 miliardi a partire dal 2013. L’esperienza di altri Stati europei dovrebbe aver insegnato ormai che l’attenzione rivolta unicamente al debito può avere ripercussioni tali da sconvolgere il percorso di rigore programmato e ridurre la capacità di ripresa di un sistema economico.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI