Berlusconi se ne va. Purtroppo insieme a lui non se ne vanno i problemi dell’Italia che egli aveva contribuito ad alimentare o comunque a non risolvere. Il costante aumento del prezzo che dovremo pagare per vendere i nostri titoli dimostra che erano false sia le teorie farneticanti di un complotto europeo contro Berlusconi, sia la convinzione che bastasse dare il nostro premier in pasto ai mercati per evitare il default. Certo, le sue dimissioni erano una condizione indispensabile per uscire dalla palude parlamentare, politica ed economica in cui ci ritroviamo, ma non sufficiente. Le pecche del nostro sistema restano tutte lì: bassa crescita, rigidità del mercato del lavoro, elevata pressione fiscale, inefficienza della spesa pubblica, strapotere di lobby e corporazioni, corruzione e ingenti proprietà e attività in mano allo Stato e quindi gestite dalla politica.

Queste sono le cose da fare, ma in che modo? Ci sono tre ipotesi: governo tecnico, di responsabilità nazionale o elezioni anticipate.

La prima ipotesi vorrebbe un ‘governo tecnico’ con alla guida una personalità alla Mario Monti, ma non sembra riuscire a raccogliere una maggioranza parlamentare sufficientemente forte. Inoltre, nonostante la riconosciuta competenza dell’ex commissario Ue, il governo tecnico porta con sé due antichi vizi della politica italiana. Il primo è quello di far credere agli italiani che un governo ‘tecnico’ non compia scelte ‘politiche’ (quando invece ogni governo deve avere l’appoggio dei partiti per approvare i provvedimenti); il secondo è la propensione della politica a nascondersi dietro i tecnici (siano essi la Bce, il Fmi, l’Ue) quando tocca proprio ai politici assumersi responsabilità e effettuare scelte dolorose.

La seconda ipotesi, quella del governo di ‘unità nazionale’, non appare affatto praticabile perché Pdl e Lega hanno escluso di poter fare un governo insieme a Pd e Idv. Un governo del genere avrebbe la pecca di non essere votato da nessuno: una delle poche caratteristiche positive del bipolarismo è stata sicuramente la possibilità di scegliere chi governa il Paese. Anche se si volesse relegare chi ha vinto le elezioni in minoranza, si dovrebbe fare affidamento sui transfughi che scappano dal Pdl in cerca di una scialuppa di salvataggio. Abbiamo già visto gli effetti di un governo che si è retto sui ‘responsabili’. Sarebbe identica la fine di un governo che si reggesse sugli ‘Scilipoti’ che fanno il percorso inverso.

In questa situazione, l’ultima ipotesi – quella delle elezioni anticipate – è l’unica percorribile anche per far tornare la parola in mano ai cittadini, sebbene ancora con il deprecabile ‘Porcellum’. Oltretutto, sarebbe paradossale che il programma per l’uscita dalla crisi venisse nei fatti dettato dalla Bce, controllato dal Fmi, eseguito da un governo che nessuno ha votato e approvato da un Parlamento di nominati che cambiano ripetutamente schieramento. E comunque – come ha scritto ieri su queste pagine Stefano de Luca – “La prossima legislatura, che presumibilmente si inaugurerà a febbraio o marzo, è destinata a durare poco, anche perché incombe il referendum abrogativo sulla legge elettorale, unico strumento idoneo a scardinare l’attuale sistema, responsabile del degrado dell’istituto parlamentare e della ingovernabilità”.

Sicuramente una soluzione del genere farebbe scontenti i molti parlamentari che non riuscirebbero a raggiungere la tanto agognata pensione e i molti che dovrebbero cercarsi un lavoro, ma toccherà anche a loro fare qualche sacrificio.

© Rivoluzione Liberale

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