Il Presidente del Consiglio, impegnandosi irrevocabilmente a dimettersi, ha compiuto finalmente il gesto di realismo e di responsabilità che da tante parti gli si chiedeva. Se avesse avuto il buon senso di farlo prima, avrebbe evitato al Pese settimane o mesi di inutile discredito e il conseguente aggravio del maggior costo del nostro debito. Di questo gli andrebbe chiesto conto, ma sappiamo che per gli errori degli uomini politici, non pagano, se non in sede politica, i responsabili ma le vittime, cioè i cittadini. É comunque venuto il momento della responsabilità, una responsabilità che, come ha ricordato il Presidente della Repubblica, deve riguardare tutti, maggioranza e opposizione. Chi continuasse, da qualsiasi parte politica, a far prevalere l’ottica meschina degli interessi di parte, delle considerazioni elettorali di breve termine, rispetto all’interesse del Paese, si assumerebbere una colpa gravissima  e compirebbe inoltre un vero suicidio, perché se il Paese va a picco, con lui ci vanno tutti, destra, sinistra, centro, vincitori e vinti di questa agitata stagione politica.

Spetta naturalmente agli organi del PLI compiere le opportune valutazioni politiche e stabilire le linee da seguire in questa crisi. Quelle che seguono sono dunque opinioni personali, forse non delegittimate da una cinquantennale esperienza della politica italiana e di quella internazionale e dall’amore per l’Italia di chi l’ha servita fedelmente per tutta la sua vita adulta.

Vi sono varie uscite possibili alla crisi politica in corso: la prima consiste in un Governo affidato a una personalità della vecchia maggioranza, Alfano, Letta o Schifani, la seconda in un Governo affidato a una personalità dell’opposizione moderata, la terza in un Governo di unità nazionale, sul modello greco; la quarta, in un esecutivo guidato da una personalità tecnica di alto livello, fortemente appoggiata dal Presidente della Repubblica e da un’ampio e trasversale spettro di forze politiche; e la quinta, in nuove elezioni.

Dico subito che quest’ultima soluzione, anche se certo non improbabile, é a mio avviso da evitare: primo perché si creerebbe un vuoto istituzionale e politico di vari mesi che non possiamo permetterci; secondo, perché si voterebbe con l’attuale, indegna legge elettorale, che permetterebbe a Berlusconi, e non solo a lui, di mantenere un potere dispotico sulle candidature; terzo, perché nessuno può garantire che dalle elezioni in questo momento esca una maggioranza capace di affrontare i problemi del Paese: l’esperienza dell’ultimo Governo Prodi mi pare sia stata abbastanza traumatica a questo riguardo; inoltre, come ha ricordato su queste colonne l’on. de Luca, se il referendum della primavera prossima dovesse cancellare questa legge elettorale, come pare scontato, la logica imporrebbe lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni a breve distanza. Certo, vi è l’esempio della Spagna, e della coraggiosa decisione di Zapatero di anticipare le elezioni: ma il sistema elettorale in Spagna, sostanzialmente bipartitico, è tale da garantire con certezza che il vincitore disponga di una maggioranza stabile e, soprattutto, compatta, ciò che non è certamente il nostro caso, e nessuno mette in causa la legge elettorale vigente. Vediamo brevemente le altre soluzioni: un Governo Alfano, o Letta, non avrebbe l’appoggio dell’opposizione, o quantomeno quello del Pd, e non potrebbe darsi loro torto; un Governo Schifani forse avrebbe qualche possibilità in più, trattandosi di una formula “istituzionale” già in passato utilizzata (Fanfani, Marini) ma con esiti diversi e, comunque, sempre per brevi o brevissimi periodi. Un Governo del genere non avrebbe, temo, il respiro e l’autoritá sufficienti per far fronte alla situazione. Un Governo di unione nazionale, nella temperie italiana, mi pare appartenga al libro dei sogni; un esecutivo affidato a una personalitá dell’opposizione non avrebbe i numeri in Parlamento, salvo defezioni massicce da una parte del PDL, che non mi sembrano verosimili, e dubito che UDC e Fli possano corerre il rischio di appoggiarlo.

Resta l’ipotesi di un Governo tecnico – o Governo del Presidente – guidato da una personalità autorevole, universalmente rispettata, in grado di rassicurare i mercati e l’Europa in forza del suo prestigio personale, e di prendere le decisioni necessarie, che sono sotto gli occhi di tutti: riduzione dei costi della politica, snellimento della Pubblica Amministrazione, allungamento dell’etá pensionabile, riforma del sistema di contrattazione dello Stato per tagliarne  costi di almeno un 10% (un Presidente del Consiglio degli anni ottanta, Giovanni Goria, che era stato anche Ministro del Tesoro, la riteneva non solo possibile ma facile da realizzare, e se non ci riuscì lui stesso fu solo per la brevità del suo mandato e la resistenza della corporazione politica di quegli anni). Quale può essere questa personalità? Nominandolo senatore a vita, il Presidente Napolitano ha dato, io credo, un significativo indizio a favore di Mario Monti, di cui questo giornale é stato il primo a fare il nome. É da augurarsi che questa soluzione prevalga e che un ampio spettro di forze politiche acceda a sostenerla. Una maggioranza, sulla carta, parrebbe esistere, almeno alla Camera: sono i 321 deputati che non hanno partecipato al voto sul Rendiconto Generale, piú altri che dal PDL potrebbero unirsi ad essi. L’esperienza Ciampi, e quella Dini, dimostrano che un governo di questo tipo, svincolato dagli obblighi partitari, può fare cose che altri non possono fare (il Governo Ciampi resta, innegabilmente, assieme a quello Amato del ‘92, uno dei migliori della nostra storia recente). Cosa dovrebbe fare questo Governo? Affrontare, è chiaro, l’emergenza economico-finanziaria e ridarci credibilitá in Europa e nel mondo, e portare avanti le riforme necessarie a rendere piú efficiente il nostro sistema-Paese (compresa quella federale). Dovrebbe occuparsi della Legge elettorale? Certo che sì, ma dubito che si possa trovare in questa materia la quadratura del cerchio tra tanti interessi diversi e punti di partenza  così opposti come l’uninominale secca e la proporzionale pura. E se la quadratura non si trova? Meglio, allora, lasciare la parola al popolo sovrano che col suo sì al referendum decreterà il ritorno alla Legge Mattarella: che era imperfetta, certo, ma era comunque mille volte migliore del “Porcellum” e può comunque essere emendata e migliorata da questo o dal successivo Parlamento.

Credo, ripeto, personalmene, che questa sia la strada migliore per l’interesse del Paese e di tutti. Strada difficile da percorrere? Certo. Ma speriamo che sia veramente arrivata l’ora della responsabilitá.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Ottime considerazioni, reali, concrete e soprattutto condivisibilissime, d’altronde dalla Sua esperienza non poteva che uscire un resoconto così lucido . A rivederLa presto qui a Roma!

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