Il Tesoro inglese sta iniziando a preoccuparsi seriamente per la situazione della crisi del debito europea da cui gli Stati membri non sembrano in grado di uscire. Le previsioni anglosassoni dicono che il prolungamento di questa situazione potrebbe portare indietro di sei anni l’economia d’Oltremanica, facendo scivolare del 4% il PIL e rimpicciolendo l’economia del 7%, addirittura al di sotto dei livelli raggiunti durante la crisi del 2008/2009. Queste previsioni drammatiche sono legate all’ipotesi di uscita di Grecia, Irlanda e Portogallo ma, dicono fonti governative, il terremoto attuale avrà conseguenze particolarmente pesanti anche se non consisterà in uno sbriciolamento dell’euro.

Principalmente per questi motivi, durante lo scorso summit dei ’20’ svoltosi a Cannes, il primo ministro Cameron ha sottolineato come sostenere con soldi dei cittadini inglesi il Fondo Monetario Internazionale, sia la cosa giusta da fare in questo momento, cercare di aiutare l’euro a sopravvivere è un segno di pragmatismo relazionato agli effetti che la sua caduta avrebbe sull’economia inglese. Metà delle esportazioni di sua maestà sono infatti direzionate all’interno dell’Unione europea e a rendere la situazione ancora più grave sono i tagli delle banche inglesi nei prestiti per le piccole e medie imprese, che negli ultimi anni sono scesi di circa 5 miliardi di sterline, e la disoccupazione che è in aumento. Unica nota positiva è l’esposizione delle banche inglesi per ‘soli’ 22 miliardi verso le banche dei paesi in difficoltà.

La situazione Inghilterra-crisi UE va però vista anche sotto un’altra angolatura. Il rapporto tra i due, mai idilliaco, si sta oltremodo incrinando alla luce delle riforme che l’UE sta varando e proponendo per stabilizzare la situazione di crisi. Dal maggiore controllo sul mercato dei CDS (Credit Default Swaps) all’implementazione di Basilea III riguardo ai requisiti di capitale bancario, fino alla tassa sulle transazioni finanziarie, l’Europa sta riformando indirettamente il mercato finanziario della City di Londra trasformandone l’ecosistema.

In questo senso Cameron teme di essere lasciato ai margini di un futuro sistema di regolazione economica di stampo franco-tedesco che, spostando il centro verso Francoforte, indebolirà necessariamente la piazza finanziaria della City. A riguardo il Commissario al Mercato Interno Michel Barnier ha però correttamente ribadito che “non si può dominare un mercato che viaggia in euro, senza voler accettare nessun tipo di controllo europeo. Non si possono trarre i benefici dalla moneta unica, senza accettarne i potenziali rischi e compromessi”.

Per tutta risposta qualche giorno fa Cameron, durante il question time in Parlamento, ha ribadito che se vi sarà un tentativo estremo di risolvere la crisi con il ricorso ad una revisione dei trattati, cercherà di negoziare il ‘rimpatrio’ dei poteri nell’interesse dell’Inghilterra da Bruxelles. A scongiurare una tale ipotesi è intervenuto il vice primo ministro Nick Clegg. Il leader dei Lib-Dem è dell’idea infatti che bisognerebbe dimostrare che si può realizzare una maggior sorveglianza economica senza dover intraprendere la via della revisione dei Trattati, che comporterebbe troppo dispendio di tempo che in questo momento non si ha a disposizione e distrarrebbe l’Europa dal vero obiettivo: diventare più competitiva. La crisi, ha sottolineato Clegg “non è dipesa da trattati inadeguati ma, in larga parte, dalle decisioni del 2005 di allentare le condizioni di ingresso nella zona euro, in definitiva quindi da scelte politiche irresponsabili. Non hanno fallito le regole, ma i governi che non le hanno implementate”. Purtroppo ha pienamente ragione.

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