Qualche tempo fa avevamo esaminato le problematiche inerenti i traffici illeciti in Messico, concludendo che le politiche poste in essere per fronteggiare tali sfide sono state inefficaci solo se queste avessero avuto quale fine ultimo quello di eliminare realmente la piaga del narcotraffico.

In realtà, i proventi di queste attività, specie durante periodi non economicamente scintillanti, costituiscono un “tesoretto” assai appetibile per gli istituti finanziari di mezzo mondo. Assunto brillantemente dimostrato da una delle banche più importanti degli USA, la Wachovia (ora di proprietà della Wells Fargo), sui quali conti sono transitati 378,4 miliardi di dollari di dubbia provenienza attraverso le casas de cambio messicane, come dimostrato al termine di 22 mesi di indagini condotte dagli agenti della Drug Enforcement Administration e dell’Internal Revenue Service. Nonostante ciò, il caso non è arrivato in tribunale e l’istituto ha semplicemente dovuto versare 110 milioni di dollari alle autorità federali come ammenda per non aver applicato le restrizioni antiriciclaggio previste per questa fattispecie di movimentazioni.

Purtroppo, gli stupefacenti rappresentano solo una parte della questione. Allargando il quadro dell’analisi ad altre attività illegali (corruzione, tangenti, frodi commerciali), il gruppo di ricerca Global Financial Integrity ha diffuso un rapporto sui flussi finanziari illeciti fluiti dai PVS (Paesi in via di sviluppo) alle economie mature; dal 2000 al 2008, 6500 miliardi di dollari hanno raggiunto paradisi fiscali o banche d’affari occidentali (1200 dei quali nell’ultimo anno monitorato). Il Messico si colloca al terzo posto fra i Paesi con i flussi più elevati, preceduto da Cina e Russia.

Per ogni dollaro investito nei PVS in progetti di assistenza economica, ben dieci sono stati persi da questi tramite i traffici illeciti.

Le destinazioni offshore più gettonate, oltre – incredibile dictu – agli Stati Uniti d’America, sono direttamente correlate ai possedimenti della corona inglese; si va dalle isole di Jersey, Guernsey e Man alle Cayman, a Gibilterra, alle Bermuda, alle Turks e a molti altri mini-paradisi. Questi territori incanalano annualmente centinaia di miliardi di dollari verso la City londinese; nel secondo trimestre del 2009 i possedimenti della corona hanno fornito 332,5 miliardi di dollari di finanziamenti alle banche britanniche, contribuendo parzialmente all’elevato benessere di cui gode l’economia finanziarizzata e deindustrializzata inglese.

La Gran Bretagna e gli USA, insieme ad altri paesi OCSE (quali Svizzera, Lussemburgo, Paesi Bassi e Irlanda), offrono un elevato livello di riservatezza nelle transazioni bancarie, risultato impossibile da scardinare. La stessa Financial Service Authority (la Consob britannica) ritiene la segretezza dell’attività bancaria più importante della trasparenza.

Non tutti i movimenti finanziari globali, ovviamente, hanno direttamente a che fare con riciclaggio di denaro sporco; è tuttavia auspicabile che i Paesi economicamente avanzati, spesso attivamente impegnati nell’alleviare le sofferenze e le nuove forme di schiavitù in cui incappano i popoli delle regioni del mondo più arretrate, sappiano fronteggiare questa piaga, mantenendo il distacco necessario dai potentati criminali transnazionali e offrendo limpidi percorsi di sviluppo a popolazioni che rischiano di ritrovarsi ad essere doppiamente oppresse – dalla ferocia del crimine organizzato e dalla cupidigia di istituzioni economiche a volte conniventi.

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