Dopo la catastrofe giapponese e l’inizio del conflitto in Libia, viene un po’ difficile parlare “d’altro”, ma questo “altro” è un conflitto in atto da 10 anni, che ha visto coinvolti, e cadere, moltissimi nostri soldati. Pensiamo quindi sia giusto cercare di capire, e chiarire, che cosa stia succedendo in Afghanistan, teatro di una guerra che ha fatto 50.000 vittime (tra cui 14.000 civili) e che vede scontrarsi forze della NATO e guerriglieri della resistenza afghana (talebani comandati dal Mullah Omar, miliziani della rete Haqqani, combattenti del “Hezb-i-Islami” più bande armate locali). Questa “guerra” è cominciata il 7 ottobre 2001, e ad oggi la situazione è, volutamente o no, molto fumosa.

La motivazione ufficiale dell’invasione dell’Afghanistan da parte della Coalizione a guida USA, è la rappresaglia collettiva agli attacchi dell’11 settembre 2001, perché il regime talebano di Kabul ospitava Osama Bin Laden e i campi di addestramento di Al Qaeda. Sembrerebbe però che questo attacco fosse pianificato da mesi, sempre per distruggere le basi di Al Qaeda che aveva attaccato un cacciatorpediniere americano (ottobre 2000). Secondo molti esperti di geopolitica, invece, aveva, ed ha, lo scopo di stabilire basi militari permanenti in un’area geografica di altissimo valore strategico, vista la vicinanza con Cina, Russia, Iran, India e Pakistan. Un’altra interpretazione, molto meno nota ma che andrebbe approfondita, è quella che vede nella decisione degli USA di occupare l’Afghanistan, la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel 2000 era stata vietata dal Mullah Omar nella speranza di venir riconosciuto dal mondo occidentale. L’unica vera ricchezza del paese è l’oppio, e dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio sono ripresi a livelli mai visti. Già negli anni ’90, sotto il regime talebano sostenuto da USA e Pakistan, la produzione di droga aveva soppiantato quella del Triangolo d’oro in Indocina. Si dice che l’oppio appartenga ai talebani, e gli americani stiano combattendo contro la droga. Ma appare strano che il traffico dell’Asia orientale abbia percorso, nell’ultimo mezzo secolo, un tragitto da est a ovest, seguendo le guerre americane e sempre sotto il controllo degli apparati americani…

Sono tutte supposizioni, quello che dobbiamo capire è quale situazione stiamo fronteggiando oggi. Il punto è: stiamo operando a rilento? Giochiamo per vincere? Puntiamo ad un Afghanistan democratico? Combattiamo contro i terroristi? Appoggiamo Karzai? Appoggiamo i talebani “moderati”? E’ una guerra NATO o degli USA? Nessuno può rispondere a queste domande perché l’Afghanistan è un paese drammaticamente indipendente, molto attaccato alle sue tradizioni, forzato ad accettare grandi trasformazioni. Karzai non sembra essere forte abbastanza per assicurare una univoca identità nazionale, ne un piena rappresentatività. Il vero pericolo ora sono gli shahid (martiri), che vengono dalla zona Pashtun, la zona franca a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, culla di precetti estremisti, di combattenti e di potenziali attentatori suicidi reclutati in nome della Jihad dagli oppositori. La comunità internazionale dovrebbe essere molto forte in questo momento per evitare qualsiasi tipo di competizione tra le forze locali, e quindi una “proxy war”. Ma le cose non sembrano andare così, gli USA si occupano di “intelligence”, l’ UE si preoccupa di pensare e ripensare a politiche da attuare in queste regioni, senza però attuare nulla di concreto. Non dimentichiamoci che in quest’area esiste una crisi economica seria, e crisi economica vuol dire instabilità. Nessuno sembra però interessato ad un piano Marshall per l’Asia centrale…

Siamo in una posizione di stallo, è innegabile. Patreus, pochi giorni fa, ha dichiarato, davanti al Senato americano, che le forze NATO avevano frenato con successo l’impulso dei Talebani, e che, anche se questo equilibrio era pericolosamente precario, il programma di rientro avrebbe avuto inizio a luglio, come previsto. Quando chiediamo chiarimenti al nostro governo, viene mantenuto il solito atteggiamento fumoso, specchio della situazione in Afghanistan. L’opinione pubblica viene rassicurata affermando che i nostri ragazzi verranno riportati presto a casa, quando invece, “in privato”, ai funzionari americani, si assicura che qualsiasi discorso sulla “exit strategy” sia prematuro. A Roma poi, regna il caos. Bossi chiede il ritiro, anche se sembrerebbe, anche qui, un messaggio “interessato” rivolto al suo elettorato, il suo partito sarebbe in realtà orientato a mantenere la missione. Frattini dice che la missione va avanti, i nostri ragazzi “non sono morti perché spediti a giocare inutilmente alla guerra in un deserto sperduto, ma per proteggere l’Italia dai terroristi…”, anzi no, ci “ripensa”, il rientro deve avvenire “presto”. La Russa afferma, che anche se l’impegno continua, l’Italia è un “paese emotivo” … Il timing ovviamente ancora non è definito. Per uscire dall’imbarazzante pantano afghano si parla, anche da noi, di Luglio 2011 come probabile data per un graduale inizio del ritiro, con l’intenzione di completarlo per il 2014.

La sensazione è che i problemi afghani non saranno risolti nei prossimi mesi: i problemi afghani agli afghani, come fecero a suo tempo inglesi e sovietici, e questo molti afghani (e talebani) lo sanno, ancora una volta è solo questione di tempo, anche a questo giro gli “stranieri” se ne andranno.

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