Quella che devasta il Congo è una guerra senza fine. Molti la chiamano guerra civile, in Africa l’hanno definita “la guerra mondiale africana”, quello che è chiaro è che questa regione non ha mai conosciuto la pace. Non è affatto facile dare un quadro della situazione sufficientemente preciso, a causa delle contrastanti informazioni che circolano intorno a questi eventi. Se alcuni cronisti l’hanno descritta “semplicemente” come “guerra di etnie”, altri raccontano una storia alterata dalla colonizzazione occidentale. Il Congo è stato annesso al Belgio a seguito della Conferenza di Berlino del 1884 per raggiungere l’indipendenza nel 1960. Le conseguenze di questa “occupazione” sono state devastanti perché, non solo il Grande Congo venne diviso in 22 distretti, raggruppati a loro volta in sei provincie che hanno posto le basi per le future “guerre etniche”, ma dopo l’indipendenza, il paese è stato praticamente abbandonato a se stesso, con un repentino svuotamento delle forze amministrative straniere. Da allora ci sono state due dittature, quella di Mobutu (1965-1997) e quella di Kabila (1997-2001). La Repubblica Democratica del Congo è una delle maggiori riserve mondiali di risorse minerali rare (colta, diamanti, oro, zinco, cobalto), di risorse forestali e faunistiche e ricchissima di suoli fertili adatti all’agricoltura (caffè, tabacco, the). Queste risorse sono state utilizzate come merci da barattare, contrabbandare e con il quale fare traffici ed arricchire la classe dirigente dell’ex-Zaire e hanno soprattutto esacerbato la lussuria dei paesi vicini, soprattutto Ruanda e Uganda, portandoli a lotte fratricide. Le due guerre più feroci combattute in Africa Centrale sono quella dello Zaire (1996-97) e la “Guerra dei Grandi Laghi” (1998-2003), che vide intervenire 7 paesi (RDC,  Zimbabwe, Angola, Namibia, da una parte, Uganda, Rwanda, Burundi, dall’altra ) e numerosi gruppi di ribelli.

Ma da dove nasce tutto questo odio? Facciamo un piccolo passo in dietro. Nel 1994, in cento giorni furono massacrate più di un milione di persone. La maggior parte era di etnia Tutsi, una minoranza rispetto agli Hutu, gruppo etnico al quale facevano capo i gruppi di guerriglieri responsabili del massacro. I Tutsi erano arrivati in Ruanda tre secoli dopo gli Hutu, per sfuggire alle invasioni arabe. Gli Hutu erano agricoltori pacifici e trovarono nei Tutsi dei validi “alleati”. Il Ruanda divenne colonia tedesca e al rifiuto degli Hutu di cedere le loro terre, l’occupante tedesco ne massacrò buona parte e trasformò i campi in piantagioni di caffè. Ai Tutsi vennero riconosciuti vantaggi economici e politici per la loro accondiscendenza, gli Hutu rimasti dovettero riparare in Congo.

Dopo 100 anni di questa situazione si può in parte capire come tutto questo possa aver inciso sullo sradicamento culturale, politico ed economico di questa gente e come le sue ripercussioni abbiano un effetto destabilizzante che continua a produrre vittime, soprattutto nella regione del Kivu, regione che si trova al confine con il Ruanda e che è ancora infestata di gruppi armati che si finanziano sfruttando, senza alcun limite, le risorse del Congo e che dimostrano ancora l’odio verso i rifugiati Hutu, massacrando. La missioni delle NU (MONUC) presente in Congo dal 2002 ha potuto fare poco, se non far ritirare “ufficialmente” le truppe straniere dal suolo congolese, mettendo “fine” alla guerra. Ma il territorio è troppo vasto per poter essere controllato e i gruppi di guerriglieri cambiano alleanze troppo spesso per farne dei partner affidabili. Dal 1998 questa guerra “di seconda categoria” ha fatto più di tre milioni di vittime, la maggior parte sono donne e bambini. Decine di migliaia di donne (e uomini) sono state violentate e la violenza sessuale è diventata una vera arma da guerra, da qualsiasi parte ci si trovi, “buoni” o “cattivi”, poliziotti o criminali, molti approfittano di un clima di impunità generale e di una cultura della violenza nella quale molti di loro sono cresciuti, non conoscendo “altro”. Questo conflitto è caratterizzato anche per l’utilizzo dei “bambini soldato”, anzi è il paese al mondo con il più alto numero di bambini soldato. Vengono spesso obbligati ad uccidere la propria famiglia, altri a compiere atti di cannibalismo sui nemici uccisi o compiere atti di violenza sessuale indescrivibili, aiutati da mix di droga e alcool per annichilire le loro emozioni e combattere “senza paura”.

E’ difficile trovare una soluzione ad una situazione a dir poco “complicata”: troppi Stati in ballo, troppo dolore, troppa violenza con radici talmente profonde da rendere le azioni diplomatiche difficilmente sostituibili a quelle di guerriglia (ma non insostituibili) . Si susseguono piani per evitare la balcanizzazione della regione, Il “piano Cohen”, il “piano Sarkozy”, il “piano Obama”. Le NU hanno pubblicato un rapporto che attesta le responsabilità del Ruanda in primis e di Uganda, Angola e Burundi negli eccidi che vanno dal 1993 al 2003: 617 tipi di crimini riportati in 500 pagine di testimonianze che esortano le NU a mettere in piedi un Tribunale internazionale incaricato di giudicare i paesi coinvolti, soprattutto contro i rifugiati Hutu in Congo. La soluzione non si sa quando arriverà, ma quello che preme mettere in risalto è quanto allarmante, esplosiva,potente, scioccante sia la situazione di un paese che dovrebbe, grazie alle sue ricchezze e alla sua cultura, alle sue menti e personaggi (alle elezioni presidenziali di Novembre è candidata una donna) meritare di vivere.

2 COMMENTI

  1. Complimenti per l’articolo, che trasmette il dolore dei drammi di cui parla. Per quanto riguarda la tragedia in Ruanda, consiglio a tutti un ottimo film: “Hotel Rwanda”, del regista Terry George, con uno strepitoso Don Cheadle.

  2. Grazie, l’obbiettivo era proprio trasmettere il dolore di questo dramma che purtroppo non e’ l’unico. Buona giornata e continui a leggerci!
    Jacqueline Rastrelli

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