“Silenzioso si aggira per le stanze che lo videro re. Accarezza con lo sguardo la scrivania dove tutto ebbe inizio e, come in un film, và indietro nel tempo. Traditori, pensa con la mano infilata nel panciotto. Vili e traditori, dopo tutto quello che ho fatto per voi. Ripensa alle valige piene di soldoni  dispensate a destra  e manca, sospira e si bacia l’anello con la pietra a forma di viagra che gli ha donato Vladimir. Se ne accorgeranno.

Apre un armadio e sull’anta c’è appesa la foto di Giulio. Prende le freccette e comincia a lanciare, deve distrarsi. Giorgio lo aspetta. Ha saputo da una sua spia che Giorgio dalla contentezza ha mangiato ben due babà; poi ha brindato con un limoncello di Capri d’annata insieme a Clio. Lui lancia due volte poi si accascia stanco. Suona il telefono, il centralino non filtra più, se ne frega. Pronto, risponde con voce da oltretomba. Dall’altra parte una serie di insulti che vanno dalle indicazioni di dove trascorrere i prossimi giorni in poi. Lui balbetta, il fondotinta è tutta una crepa.

Entra Umberto e bofonchia qualcosa d’incomprensibile. Il traduttore simultaneo traduce: Silvio è ora. Lui è pronto. Prima però deve fare un ultima cosa. Chiama la Casa Bianca. Compone il numero, lo sa  a memoria. Risponde una voce registrata : Hellò, if you want to speak with Mister Obama press one. If you want to speak with Madame Michelle press two. If  you are Silvio Berlusconi  fuck you. Lui sempre più depresso, riattacca.

Da una porta segreta entrano due sue ex fidanzate: una ha ancora il grembiule di scuola. Piangono: Silvio, baciaci e firma sta liberatoria che così pubblichiamo un librettino e ci facciamo la dote, sarà bellissimo. Silvio sorride appena. Le accarezza con fare paterno.

Umberto scalpita; lui riguarda ancora la stanza dove governò la nazione: da non so dove si sente una canzone di Apicella, il volume cresce. Esce da lì per l’ultima volta dicendo a Umberto: ai posteri l’ardua sentenza; l’altro lo guarda e risponde: ma và a dar via el ciap.”

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