Per lungo tempo la reazione primaria del Governo italiano allo scoppio della crisi nel 2008 fu di minimizzare gli eventi in corso, cercando di tenere l’opinione pubblica al riparo dalle preoccupazioni per mantenere alta la fiducia dei consumatori, una variabile economica reale e quantificabile che influisce sulla propensione all’acquisto e quindi sul benessere del sistema economico stesso.

Una tale ‘strategia’ avrebbe avuto senso se integrata in un piano d’azione che in modo simultaneo avesse predisposto le misure adeguate alla difesa degli interessi nazionali dalla tempesta in arrivo, ma a distanza di qualche anno appare chiaro che, mancante questa integrazione, l’ottimismo paventato, fine a se stesso, sia stato inutile e perfino controproducente.

Gli economisti che allora tentavano di mettere in guardia i Governi dalle ripercussioni dello scoppio della bolla finanziaria, venivano tacciati di pessimismo, come ha ricordato venerdì scorso in un meeting a Milano il Premio Nobel per l’economia ed ex vicepresidente della Banca Mondiale Joseph Stiglitz, quasi fossero quei ‘profeti di sventura’ di cui nessuno ha mai bisogno.

Oggi si stanno facendo i conti con quelle parole dimenticate, ma a giudicare dalle misure prese nelle Manovre economiche di alcuni Stati europei (Italia e Francia per tutti) ancora si procede lungo un binario diverso da quello consigliato ed auspicato: “Le politiche di austerity promosse dagli Stati europei sono un grave errore. I tagli indiscriminati fanno decrescere la domanda e rallentano la crescita. L’austerità da sola non salverà l’euro, anzi, lo sta affossando, portando l’Europa sull’orlo di una seconda recessione”.

Fin troppo spesso si è sentito fare il paragone tra lo Stato e le famiglie, che quando hanno poca liquidità ‘stringono la cinghia’. Se questa teoria funziona per le seconde, decisamente non funziona per i primi. Lo spettro della recessione nasce dall’immobilismo economico dovuto ai tagli apportati in cerca del rigore fiscale, che rendono il sistema produttivo sovradimensionato rispetto alle possibilità d’acquisto. Questo a sua volta porta a fallimenti aziendali e licenziamenti, che riducono la mole del sistema stesso alla ricerca di un ‘sotto-equilibrio’ sostenibile, ma aumentano la spesa previdenziale e la rabbia dei cittadini travolti dai meccanismi in atto. Ma se questa è la spirale che avvolge gli Stati europei, perché negli Stati Uniti, dove tutto ha avuto origine, non sta succedendo lo stesso?

Secondo Stiglitz, sono due i fattori che ci differenziano dagli Usa: “La prima è un’autorità fiscale comune, in grado di garantire la moneta nei momenti più difficili. Nel caso europeo dovrebbe essere la Banca Centrale, l’unico ente in grado di intervenire di petto quando la situazione peggiora: ma so che a molti quest’ipotesi non va giù. Il secondo tassello mancante è la migrazione interna all’euro-zona. Un fenomeno migratorio diffuso tra Stato e Stato è fondamentale, perché fornisce impulso alle economie. In Europa però migrare è molto difficile”.

Non potendo modificare quel meraviglioso patrimonio culturale e linguistico del vecchio continente che frena la migrazione interna, finché non si trova un accordo comune sul ruolo della BCE l’unico spazio di manovra che rimane “(…) per tornare a crescere è stimolare l’economia, cosa che gli Stati europei hanno fatto molto poco e con interventi tardivi”. Altrimenti, che vogliate sentirlo o meno, afferma Stiglitz, “mai come in questo momento l’euro può fallire”.

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