Il Governo presieduto dal sen. Mario Monti ha molte “particolarità” rispetto a tutti i Governi che lo hanno preceduto nella storia della Repubblica italiana. Sarebbe troppo lungo evidenziarle tutte anche perché molteplici e complessi sono gli aspetti che devono essere analizzati, dalle situazioni economiche, politiche e istituzionali, che hanno dato origine all’investitura di questo Esecutivo, agli aspetti strutturali e funzionali, che sono stati decisi col sostegno di una larghissima maggioranza del Parlamento. Una maggioranza che non può essere definita alla stregua delle passate denominazioni caratterizzate da tentativi, più o meno riusciti, di aggregazione, nell’esperienza governativa, di forze politiche diverse (solidarietà nazionale, pentapartito, compromesso storico, convergenze parallele e via dicendo).

Sta di fatto che in questi giorni si è realizzata una forma di “unità nazionale” decisa, sia pure con diversa intensità e con differenti (ma convergenti) motivazioni, da quasi tutte le formazioni politiche rappresentate in Parlamento.

Invero Monti, nella relazione programmatica con la quale chiede la fiducia delle Camere, parla di “impegno nazionale”. Si può desumere, al riguardo, che con tale definizione vuole anche coniare una motivazione compatibile con le molteplici e diverse identità delle diverse formazioni politiche che intendono riconoscersi nella maggioranza.

Pertanto, risulta appropriata la definizione “impegno nazionale” per qualificare sia la fase che ha presieduto il processo di formazione del Governo e sia quella che sarà la successiva azione politico-amministrativa del nuovo Esecutivo.

Sotto gli aspetti strutturali, quello che caratterizza questo Esecutivo, è l’elevata competenza tecnica e l’indiscutibile sobrietà dei singoli ministri “chiamati” a guidare i dicasteri nonché la provenienza degli stessi ministri, nessuno dei quali appartiene organicamente ai Partiti che hanno deciso di sostenere il Governo.

Sotto il profilo funzionale è stata concretamente messa in atto la netta distinzione tra ruolo e compito del Governo e ruolo del Parlamento e, inoltre, è stata realizzata, nei fatti, l’incompatibilità tra incarichi di partito e incarico nelle istituzioni.

In effetti è la prima volta che ciò accade in questi termini così peculiari fin dalla fase dell’investitura (cioè fin dalla “chiamata” al ruolo di Ministro e di Primo ministro). Ma attenzione a non dimenticare la buona e saggia prassi, vigente fino agli anni ’80 del secolo scorso, secondo cui chiunque fosse stato chiamato a svolgere un incarico governativo aveva l’obbligo, sancito nelle regole interne ai Partiti, di dimettersi immediatamente dagli incarichi di partito allo scopo di rendere visibile e concreta la incompatibilità tra il ruolo da svolgere nell’interesse generale del Paese e il ruolo, di parte, nel Partito di provenienza.

Si diceva, in una stagione molto lontana, che non si potesse stare contemporaneamente a Piazza del Gesù e a Palazzo Chigi. Questa saggia prassi fu abbandonata da capi partito allo scopo dichiarato di conquistare più potere decisionale e personale (lo chiamavano e lo chiamano decisionismo). E, in pratica, abbiamo visto tantissimi dirigenti di partito mantenere gli incarichi di partito e gli incarichi nelle istituzioni mettendo in atto così una vera e propria occupazione dei Palazzi del Potere da parte dei Partiti.

A ciò si è aggiunto il selvaggio spoil system all’italiana che consente la nomina di dirigenti non in base al merito e alla competenza; che mina alle radici il principio del buon andamento e della imparzialità della Pubblica Amministrazione; che costringe i pubblici funzionari ad un ruolo ancillare nei confronti di chi spesso ha manifestato essere dotato di scarsissimo senso dello Stato.

I Partiti che ora sostengono il Governo di “impegno nazionale” si sono fatti carico di rinunciare allo svolgimento di incarichi governativi accedendo, di fatto, alla incompatibilità tra incarico di partito e incarico governativo. E’ una situazione di fatto.

Certamente altro è rinunciare agli incarichi di partito dopo una nomina, altro è la situazione attuale del tutto eccezionale perché i Partiti hanno accettato di chiamarsi fuori nella costituzione della compagine governativa. E’ una situazione del tutto eccezionale determinata da diversi fattori. E’ una situazione eccezionale che ha messo un freno ai Partiti sebbene abbiano pieno titolo a selezionare e a formare la classe dirigente ai sensi dell’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.)”

E’ appena il caso di precisare che i Partiti, pur non avendo loro rappresentanti nel Governo, hanno conservato intatti il loro ruolo e i loro poteri atteso che non è venuto meno in alcun modo il loro primato e il primato della politica esercitati attraverso gli intangibili poteri di indirizzo e di controllo della funzione legislativa esercitata dal Parlamento.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI