In un momento in cui la febbre dello spread stenta a placarsi nonostante il cambio del nostro Governo, ciò che preoccupa è la scarsa attrattività del sistema-Paese rispetto agli investimenti esteri: il mercato finanziario dismette i nostri titoli di debito e i grandi gruppi internazionali investono malvolentieri in Italia.
Si sono sprecati fiumi d’inchiostro sui fattori che riducono l’appeal dello Stivale. La burocrazia selvaggia, la pressione fiscale asfissiante e la totale incertezza del diritto sono, infatti, problemi noti.

Una criticità ulteriore è rappresentata dai modelli di corporate governance, ossia dall’insieme di regole che disciplinano la gestione dell’impresa e i rapporti fra azionisti e management. In un Paese in cui l’appartenenza prevale in modo sistematico sul merito non stupisce che gli organi di governo societario siano terreno fertile per lottizzazioni, scambi di favori e giochi di potere più o meno leciti.

Le direttive sui criteri di promozione in Bpm  (Banca Popolare di Milano), aspramente criticate da Luigi Zingales in un editoriale apparso qualche tempo fa sulle colonne del Sole 24 Ore, rappresentano un esempio delle cattive abitudini made in Italy. L’economista ha denunciato come nell’istituto di credito “i posti vengono assegnati in base all’appartenenza ai vari gruppi sindacali: un dirigente per ogni sigla sindacale, come si trattasse di vitalizi. A parità di gruppo, conta la lealtà alla propria corrente sindacale. Tra tutti i criteri di promozione, non c’è la minima traccia di meritocrazia.” Nello stesso articolo viene citato uno studio di Confindustria da cui risulta che l’80% dei manager italiani dichiara che la determinante più importante del successo finanziario è la “conoscenza di persone importanti”. La competenza e l’esperienza arrivano solo quinte dopo lealtà e obbedienza.

Ne emerge un quadro francamente disarmante, ma per fortuna non tutto è perduto! Lo dimostra uno studio condotto da ‘The European House-Ambrosetti’ su un campione di 160 investitori istituzionali chiamato a considerare le prime cento imprese di Italia, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Stando ai risultati dello studio, l’Italia potrebbe attirare 110 miliardi di investimenti potenziali, a patto di intervenire sui modelli di corporate governance delle imprese eliminando le storture e armonizzando il sistema rispetto al resto del mondo. Il nostro Paese può rappresentare un’interessante opzione d’investimento per il capitalismo globale. Ha aziende sane, competitive e innovative su cui investire sarebbe altamente profittevole.

E’ necessario quindi compiere ogni sforzo per superare il pregiudizio, pesante e spesso fondato, che incanala i capitali stranieri verso altre destinazioni europee. Non vogliamo diventare l’outlet in cui i grandi gruppi (francesi e non) facciano shopping di ottime aziende, ma ci auguriamo che l’Italia possa essere considerata come un’opportunità (non una zavorra) e riesca ad attirare quelle risorse economiche e finanziarie di cui ha grande bisogno.

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