Ecco, è accaduto. L’incubo peggiore della sinistra italiana si è trasformato in realtà: Silvio Berlusconi si è dimesso. Pare che, dopo 17 anni sulla breccia, il Cavaliere sia stato disarcionato definitivamente, quasi costretto da poteri forti e non, ad uscire di scena. Con lui finisce la contrapposizione interna alla politica italiana, che da anni non conosceva più la dicotomia destra-sinistra, ma era costruita unicamente sul potere di un solo uomo.

Il berlusconismo non è più il leit motiv della politica nostrana, ma la sua caduta segna di certo la fine della Seconda Repubblica. Se il centrodestra perde l’uomo che lo ha guidato da Tangentopoli ad oggi, la sinistra in realtà perde la sua unica idea aggregante: l’anti-berlusconismo. La verità è che – dopo la caduta del blocco comunista – ha nel tempo perso la sua connotazione ideologica, cambiando spesso nome – ma non componenti – simbolo ed alleanze. Oggi quindi a tremare maggiormente sono il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani e compagni che si ritrovano impantanati nelle paludi del sistema politico.

E’ encomiabile il senso di responsabilità mostrato dai vari esponenti dell’ormai ex opposizione per cui, persino il giustizialista Di Pietro, man mano che si rendeva conto di cosa gli accadeva intorno, ha cambiato opinione sul governo affidato a Mario Monti, passando dall’accusa di attentato alla democrazia, alla “fiducia per il bene del Paese”. Un’estrema dimostrazione di come l’attaccamento alla poltrona venga da chi, da decenni seduto su uno scranno, fa di tutto per restarci, perfino mettendo in un cassetto la tanto sbandierata democrazia elettiva, per togliersi dalle fila dell’opposizione parlamentare.

In effetti l’unico che sarebbe stato disposto a lottare nell’arena per la competizione elettorale è il Governatore pugliese Nichi Vendola che, anticipando gli alleati del Pd, ha abbandonato, dopo la batosta del 2008, la linea anti-berlusconiana.

Il Big Bang della Leopolda, dal canto suo, ha spiazzato i vecchi dirigenti democratici. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi e i suoi ‘rottamatori’, sulla scia ‘vendoliana’ appunto, hanno cominciato la restaurazione (l’ennesima) del centrosinistra invocando il più gettonato tra i temi del rinnovamento politico: nuova classe dirigente, nuove idee concrete, nuovo programma. Insomma tutti pronti alla bagarre elettorale. Sì, ma quando? Ovviamente dopo la fine ‘naturale’ della legislatura. Perché, nonostante il tentativo di infondere sicurezza nell’opinione pubblica snocciolando sondaggi sul vantaggio schiacciante del Pd sul Popolo della Libertà, un anno e mezzo è il tempo minimo indispensabile e necessario a tutti gli schieramenti per riordinare le idee.

Quali leader? Quali alleanze? Tutto è da scrivere e senza più Berlusconi, trovare qualcosa da condividere non sembra poi così facile. Se per un Pd, che del riposizionamento ideologico ha ormai fatto un’arte, per Di Pietro e la sua Italia dei Valori la situazione si fa di molto più complicata. Non un partito anti-sistema, non un partito di massa, non ideologico, ma anti-berlusconiano. Le urla che negli anni si sono succedute per invocare le dimissioni di Silvio, erano la migliore propaganda possibile, ma ora che l’epoca è finita, ora che ‘l’imprenditore prestato alla politica’ si è dimesso veramente, nei palazzi romani serpeggia forte preoccupazione. Le poltrone tremano, ci sarà parecchia gente disoccupata o semplicemente pronta (tra cui molti giornalisti) a trovare un altro capro espiatorio. Ma l’idea di dover trovare proposte concrete da presentare nel 2013 preoccupa – e non poco – tutta la classe dirigente del Belpaese.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI