Nella sua immensa sensibilità e grande cuore, il Presidente Napolitano ha sollevato un tema serio e importante per la sua rilevanza in materia di diritti umani: quello della cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia, invitando il Parlamento a provvedere. Non penso che nel farlo abbia superato i limiti dei suoi poteri, avendo agito nell’ambito di quel magistero morale e di indirizzo che la Costituzione e gli Italiani gli riconoscono.

In via personale, perché ancora non conosco la posizione del PLI al riguardo, dissento invece rispettosamente sull’urgenza del problema: e non solo perché il Parlamento in funzione ha temi più pressanti da discutere nel tempo limitato che gli resta, o perché si introdurrebbe così un ulteriore tema conflittuale in un’agenda non facile, col rischio che vadano sulle barricate, da una parte, il populismo estremo della sinistra (e non solo di essa: basti pensare alle posizioni di Fini e di una parte importante delle gerarchie cattoliche) e dall’altra la xenofobia razzista della Lega, fornendo legna al fuoco di quest’ultima e trasformando in scontro ideologico quella che deve essere una decisione maturata attraverso un ampio e sereno dibattito che guardi anche alle esperienze di Paesi a noi simili. Ma soprattutto perché non si tratta di un tema marginale, o del semplice riconoscimento di un diritto naturale, ma di una questione a medio e lungo termine cruciale per il nostro futuro come comunità nazionale: un tema, cioè, su cui è giusto che si esprima in ultima analisi il popolo sovrano, come in passato é avvenuto per temi altrettanto sensibili, come il divorzio o il nucleare. E’ bene dunque che nella futura campagna elettorale per l’elezione del prossimo Parlamento, i Partiti prendano in questa materia una posizione chiara, in modo che gli elettori sappiano regolarsi, e che in seguito l’eventuale legge di approvazione sia sottoposta a referendum popolare.

Nella sostanza, premetto che sono personalmente favorevole alle diversità culturali, ma nel quadro di una omogeneità sui temi fondamentali, senza cui una comunità nazionale non può esistere. Ciò detto, è stato ricordato che una nostra tradizione giuridica che rimonta all’antica Roma privilegia il jus sanguinis sul jus soli (cosa naturale per un Paese, come il nostro, per secoli di emigrazione). Questo spiega perché oriundi italiani di padre o di madre, nati all’estero e spesso di terza o quarta generazione, abbiano diritto a conseguire e mantenere la cittadinanza italiana e, dal 2006, a esercitare il diritto di voto. Ma non é questo il punto: le tradizioni giuridiche possono cambiare e la legge adattarsi ai tempi, e in particolare alla realtà relativamente recente per cui l’Italia è diventata Paese d’immigrazione. Che il lavoro degli immigrati sia un fattore positivo e forse necessario per la nostra economia e benessere sociale, è certo, e per questo è sacrosanto riconoscere loro tutti i diritti e le garanzie in materia di lavoro, assistenza sociale, educazione etc. garantiti agli Italiani. Ma la cittadinanza è un questione più complessa, che non può dipendere solo dalla circostanza, talvolta casuale, dell’essere nati sul nostro territorio e neppure dal parlare correntemente la nostra lingua. La cittadinanza conferisce piena appartenenza a una comunità nazionale, ma questa, al di là del fattore geografico e linguistico, si definisce per il riconoscersi in una storia secolare e comune, in una cultura condivisa anche al di là delle differenze regionali e di campanile, in un attaccamento istintivo e quasi viscerale – anche se talvolta negato – a quella che sia permesso chiamare “la Patria”, e per la fondamentale condivisione di valori comuni.

Lasciamo da parte i valori religiosi, che pure sono parte formativa essenziale di quello che siamo, tanto che un filosofo liberale e laico, Benedetto Croce, spiegava perché “non possiamo non dirci cristiani”; limitiamoci ai valori civili, quelli che ci accomunano all’insieme dell’Europa e dell’Occidente e che risultano da una lunga elaborazione che va dal diritto romano all’Illuminismo, da Cesare Beccaria al Liberalismo e al Socialismo dell’Ottocento, dalla Magna Charta alla democrazia realizzata. Valori tra cui spiccano il carattere laico dello Stato, e quindi la sovranità della legge rispetto anche ai principi religiosi, la parità dei sessi davanti alla legge, il divieto assoluto di violenza domestica, la libertà di scelta della propria vita e del proprio destino: valori questi, non nascondiamoci dietro a un dito, che sono alieni alla maggioranza degli immigrati di origine islamica presenti in Italia, come in altri Paesi occidentali, nei confronti di valori di altro tipo, certo rispettabili, ma diversi od opposti ai nostri.

Si potrebbe obiettare che la mancanza di cittadinanza di per sé non cambia i comportamenti eventualmente contrari ai nostri valori di chi comunque vive tra di noi, e può costituire anzi un fattore di risentimento nei confronti della nostra società. Ma così non è: l’esperienza della Francia e dell’Inghilterra dimostra purtroppo che la cittadinanza – e l’essere nati e cresciuti in quei Paesi – non garantisce affatto un sentimento di appartenenza e non attenua il risentimento e persino l’odio verso quelle società, comunque percepite come oppressive e ostili, ma conferisce diritti che rendono molto più complicata e difficile l’applicazione forzosa della legge penale (per esempio attraverso le espulsioni).

Ma vi é una considerazione ancora più seria: cittadinanza vuol dire diritto di voto e, attraverso il voto, capacità di influire sulla vita e l’avvenire nazionali. Capacità poco importante se si tratta di qualche centinaia o migliaia di persone, grave invece se parliamo di diecine o centinaia di migliaia o addirittura milioni di persone, con una peso percentuale crescente sull’insieme dell’elettorato (non escluso se si pensa allo squilibrio di natalità tra Italiani ed immigrati). L’esperienza di altri Paesi come Francia e Belgio insegna che la tendenza di questo elettorato nuovo (non si illudano Fini o Vendola) non è di disperdersi in minoranze relativamente non incidenti nei Partiti tradizionali, ma di raggrupparsi in uno o due partiti a sfondo religioso o razziale, esercitando così, in regime parlamentare, un peso anche superiore al rapporto di forze elettorali nel Paese e ponendosi in grado di influenzare in prospettiva (in modo che in alcuni casi può essere addirittura decisivo) le nostre scelte, tanto interne – per esempio in materia sociale e di diritto di famiglia – che di politica estera (per esempio la nostra adesione alle Alleanze occidentali o la nostra imparzialità nei conflitti del Medio Oriente). E allora? Ben venga ogni seria e coerente iniziativa diretta a far sì che gli immigrati si integrino nella nostra società, conservando la propria religione, la propria cultura ed anche quei costumi che non siano in contrasto col più rigoroso rispetto delle nostre leggi. Il neo-Ministro, prof. Riccardi, ha per questo credenziali eccellenti. Però la cittadinanza non può essere un fatto automatico, ma una conquista selettivamente riconosciuta a chi, raggiunta la maggiore età – e magari anche oltre – opti coscientemente per essa e dimostri, non soltanto una conoscenza perfetta della nostra lingua, cultura, leggi e costumi, ma un costante e attivo rispetto di essi e una vera adesione ai valori che fanno dell’Italia quella che é.

L’opzione a favore della cittadinanza italiana per chi é nato da noi da genitori stranieri, in altri tempi era legata all’effettuazione, una volta raggiunti i 18 anni, del servizio militare (che costituiva un concreto servizio al Paese e una scuola di civismo non indifferente). Ora il servizio di leva non esiste più, ma – ripetiamocelo – esistono doveri civici minimi, primo fra tutti il rispetto delle nostre leggi e dei nostri costumi. Chi aspira alla cittadinanza italiana dimostri, almeno, di averli praticati seriamente e per un tempo congruo: non sarà comunque impossibile evitare del tutto cittadini “indesiderabili”, ma almeno qualche maggiore garanzia l’avremo.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Considerazioni ben motivate, che però lasciano troppo nel generico il tempo richiesto per le invocate condizioni personali e culturali per avere la cittadinanza. Per molti, che italiani sono iure sanguinis ac soli, queste condizioni non si raggiungono neanche a 80 anni. Per questo non alzerei troppo l’asticella per concedere la cittadinanza ai bimbi di stranieri nati qui. La misura di 5 anni mi sembra ragionevole. Luciano Corradini

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