Una sorpresa positiva al recente evento della Leopolda è stata quella di ospitare Luigi Zingales, economista di fama ed autorevole liberista doc, Professore della Chicago Booth University.

L’intervento di Zingales, limpido e incisivo nel contenuto, ha offerto spunti di specifico interesse per una riflessione critica sul senso della collocazione dei liberali nel centro-destra, in vista della direzione da imprimere alle loro idee nella prospettiva dei futuri scenari politici italiani.

Un’efficace frase dell’economista, “l’Italia è un Paese di ottime segretarie e pessimi manager”, fotografa nella sua sinteticità un grave problema nella società italiana concernente i temi della libertà economica e dei diritti civili nel mercato del lavoro.

Le implicazioni della frase sono parse ancor più attuali alla luce del recente dibattito sulla legge che impone le quote rosa di rappresentanza nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa ma che, benché dettata dalla positiva volontà di rimuovere barriere discriminatorie, contrasta con una visione autenticamente liberale del problema.

Le misure appena prese, infatti, mentre ammettono la perdurante discriminazione sociale, odorano nel contempo di elemosina graziosamente concessa, creando in realtà altre discriminazioni e incongruenze giuridiche. In un Paese oggi bloccato su rendite di posizione, privilegi e caste, anche di genere, l’imporre per legge una soglia quantitativa di rappresentanza fornisce un’assoluzione ai beneficiari delle barriere all’ingresso, senza scalfire la pericolosa leva di potere sulla rappresentanza da essi controllata.

La stessa imposizione, per contro, nel caso di un contesto virtuoso già libero da steccati, impedirebbe ingiustamente quote diverse di rappresentanza derivanti dalla pari accessibilità per i meritevoli di entrambi i generi.

Un’opposizione di stampo liberale alle discriminazioni di ogni tipo non può proporsi in una società civile evoluta che in nome del diritto di ogni individuo in quanto tale. Detto questo in linea di principio, va preso atto delle specifiche realtà in cui si opera e non vi è dubbio che in Italia la discriminazione di genere è un problema preoccupante che, se non si interviene, condanna il nostro Paese ad essere il più arretrato in Europa oltre a dilapidare un prezioso capitale umano “nazionale”, indispensabile a rilanciare la produttività pro-capite del sistema economico. Il problema si fa oggi più critico a fronte di un contesto culturale internazionale nel quale l’Italia è in grave ritardo rispetto alle altre democrazie occidentali per quanto riguarda i diritti delle donne.

Nella storia recente le donne italiane già sono giunte più tardi, rispetto a USA e Regno Unito, al diritto di voto (1945) come a quello dell’interruzione volontaria di gravidanza; guardando all’oggi, vediamo che il tasso di occupazione femminile è da noi del 46% contro la media del 58% dei 27 Paesi Europei, per non parlare del 70% che si registra nei Paesi del Nord. Tutto questo stride con la constatazione che il numero delle donne italiane con formazione scolastica di livello superiore è allineato con quello degli altri Paesi europei e degli Stati Uniti.

La situazione italiana può essere meglio compresa leggendo anche i dati relativi al gender gap in average earnings of employees (ovvero la differenza di retribuzione per le donne, espressa in % dello stipendio maschile): in questo caso l’Italia risulta però ben al disotto della media del 18% dei 24 Stati su cui l’OECD ha condotto l’indagine. Ciò significa che sebbene la negoziazione sindacale nazionale dei contratti di lavoro sia riuscita a imporre i minimi salariali, essa ha colpevolmente mancato l’obbiettivo più qualificante, cioè quello di aprire il più possibile il mercato del lavoro al maggior numero di donne.

Non vi è dubbio che il mercato è lo strumento più efficiente di allocazione delle risorse; per quanto riguarda le risorse umane è altrettanto indubbio però che vi sia in partenza un’asimmetria di genere, dovuta al ruolo procreativo della donna, che non consente ai due sessi di competere con pari opportunità per l’ingresso nel mondo del lavoro.

L’obiettivo dell’emancipazione femminile va perseguito dunque non equiparando la rappresentanza ai livelli più alti (con l’effetto di sovrarappresentare per cooptazione una presenza nel mondo del lavoro comunque minoritaria) bensì creando le condizioni per rimuovere le cause della segregazione occupazionale femminile.

Per comprendere in che cosa consiste la discriminazione di genere val la pena di considerare che tra le donne occupate quasi il 20% è in possesso di una laurea, contro il 13 scarso degli uomini; la situazione è analoga per la popolazione diplomata. Si può ragionevolmente dedurre che le donne, tra la popolazione occupata, sono mediamente più istruite dei colleghi maschi e ciò nonostante i laureati svolgono ruoli intellettuali e occupano posizioni dirigenziali più frequentemente delle laureate, la maggior parte delle quali occupa posizioni a livello tecnico o impiegatizio (fonte CNEL). Benché il dato non sia in controtendenza rispetto a quanto accade anche nella maggior parte dei Paesi sviluppati (fonte OCSE – Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) per le donne italiane la situazione si fa particolarmente più grave nel settore pubblico, dove (fonte CNEL) la percentuale di donne tra i dirigenti è circa la metà di quella nell’occupazione totale.

E’ significativo dunque che proprio nel settore pubblico (dove sono molto più radicate le forze conservatrici delle reti informali e della cooptazione) la discriminazione femminile aumenti rispetto a quello privato, dove merito e risultati contano più di tessere e favori.

Per recuperare questo particolarmente odioso ritardo italiano si impongono politiche di chiara matrice liberale: per eliminare le barriere all’ingresso, si tratta di flessibilizzare i meccanismi contrattuali per favorire l’incontro tra offerta (femminile) e domanda di lavoro; per garantire trasparenti dinamiche competitive premianti solo sul piano del merito, si tratta di iniziare una seria e sistematica opera di snellimento dello Stato, eliminandone i rami clientelari e improduttivi, dove si incistano privilegi di casta e di genere autoconservativi e slegati dal merito.

L’alba di un cambiamento può annunciarsi, più che con un estemporaneo provvedimento legislativo, con marcati segnali culturali quale la nomina di un ministro, tra le altre, come Elsa Fornero: personalità di riconosciuta e meritata fama accademica, nominata membro di consiglio di amministrazione di una importante società per azioni per dimostrata competenza ed autorevolezza.

Il neo insediato governo si presenta con una compagine femminile numericamente esigua ma qualitativamente di peso; perciò alle quota rosa del governo precedente vanno preferite di gran lunga le quote Monti.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI