La Libia nasce proprio in seguito alla guerra contro l’Impero Ottomano vinta dall’Italia che poi ridisegna i confini delle regioni conquistate unendo in un’unica entità la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan.
Nonostante le profonde ferite causate dal periodo coloniale, l’influenza italiana sulla Libia prosegue in un rapporto di odio-affari per tutto il dopoguerra fino alla firma del Trattato di Amicizia e la definitiva riappacificazione.

A prescindere dalle valutazioni sulle motivazioni dell’intervento anglo-francese, che siano esse umanitarie o economiche, è evidente che lo storico ruolo predominante italiano è messo in discussione.
Da parte sua l’Italia sembra subire gli eventi, con un primo ministro completamente assente e un governo che non sa esprimere una posizione, che non ha il coraggio nè di affermare con determinazione il proprio ruolo e i propri interessi nè di appoggiare l’opzione militare fino in fondo.

Se la missione anglo-francese sembra essere molto fumosa in quanto non si è ancora capito se l’obiettivo strategico è il blocco dei massacri di Gheddafi oppure il capovolgimento del regime, la cosa sicura sembra essere, in ogni scenario prevedibile, il ridimensionamento del ruolo dell’Italia: se la dittatura di Gheddafi resisterà avremo come vicino un governo ostile che punta contro i “traditori” italiani l’arma dell’immigrazione e del terrorismo, se vinceranno i ribelli di Bengasi avremo un governo molto più riconoscente all’interventismo francese che all’ambiguità italiana, se invece dovesse manifestarsi una situazione di stallo o addirittura una divisione della Libia in due stati, la Tripolitania e la Cirenaica, avremo una permanente instabilità a pochi metri da casa.

L’odierna guerra di Libia potrebbe chiudere pagine di storia scritte cento anni prima, sancendo la fine dei confini libici disegnati dall’Italia e la fine dell’influenza su quello che allora Salvemini definì uno “scatolone di sabbia” e che oggi, invece, è uno “scatolone di petrolio”.

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