La fenomenologia della crisi nata nei piani alti della finanza, divenuta in seguito economica e infine trasferitasi sui debiti sovrani dell’Eurozona ha mostrato l’anomalia della Bce: una banca centrale che usa scudi di cartone per difendere la moneta unica e gli istituti di credito europei dai cannoni della speculazione internazionale.

A detta di molti il peccato originale risiederebbe nel divieto all’Eurotower di fare da prestatore di ultima istanza, posto dall’art. 101 del Trattato di Maastricht. In altre parole la Bce, a differenza delle banche centrali delle principali economie mondiali (Banca d’Inghilterra, Bank of Japan, Federal Reserve), non può stampare moneta per acquistare illimitatamente il debito dei Paesi dell’Unione (monetizzazione del debito). Di conseguenza non può imbracciare il bazooka per spaventare/dissuadere il nemico speculatore.

Le ragioni di chi sostiene che la (im)potenza di fuoco della Bce non sia sufficiente possono essere facilmente sintetizzate. In sostanza si ritiene che se il mercato non intende comprare i titoli governativi, dovrà farlo la banca centrale poiché l’alternativa sarebbe troppo dannosa: i governi sarebbero forzati a operare tagli ingenti di spesa pubblica con inevitabili ripercussioni sul Welfare (la temuta ‘macelleria sociale’). Fattispecie che sarebbe resa ancor più grave da un’eventuale recessione economica (crescita negativa del PIL) la quale porterebbe gli Stati a stringere la cinghia sempre più sino a soffocare.

D’altro canto, i puristi dell’economia di mercato oppongono diverse critiche a questo ragionamento. In primo luogo pongono un problema di Moral Hazard: l’esistenza di un prestatore di ultima istanza costituirebbe una rete di sicurezza che separa lo Stato dalle piene conseguenze dei rischi derivanti dall’attuazione di politiche spregiudicate. Inoltre, criticano il fatto che questo meccanismo consentirebbe ai Paesi meno virtuosi, le ‘cicale’, di vivere sulle spalle dei Paesi più solidi, le ‘formiche’. In secondo luogo,  sostengono che la monetizzazione del debito, oltre a eliminare la pressione sugli Stati che necessitano di riforme strutturali, accresce gli squilibri tra consumi e produzione producendo inflazione. Infine, obiettano che affogare il debito in un mare di denaro fresco di stampa non rappresenti una cura, bensì un palliativo perché sarebbe un semplice trasferimento tra possessori di debiti sovrani che non ripristinerebbe la fiducia degli investitori privati verso gli emittenti attualmente in difficoltà.

Quasi tutti concordano, però, sul fatto che la soluzione di lungo periodo alla crisi dei debiti sovrani europei sia la realizzazione di un’unione fiscale e la creazione di un governo economico dell’Eurozona.

In questo contesto vale la pena ricordare quanto affermato dal professor Mario Monti (oggi Primo Ministro) durante il convegno Finanza: Comportamenti, Regole, Istituzioni che si è tenuto presso l’università LUISS il 22 febbraio scorso: “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario (…) E’ chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata”. Funzione ‘catartica’ della crisi?

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