Ci sono fotografie che dicono più di mille parole: l’immagine della conferenza trilaterale di Strasburgo tra il Presidente Sarkozy, la Cancelliera Merkel e il Presidente del Consiglio Monti, costituisce il documento tangibile di quanto le cose siano cambiate in pochissimo tempo, dalla recente indegna “risatina” ad oggi, nella percezione europea sull’affidabilità dell’Italia e nel suo peso in Europa. Certo, nel frattempo Francia e Germania hanno conosciuto anch’esse problemi che non è più possibile scaricare sull’Italia, e si sono rese conto, come ha ricordato molto opportunamente il Presidente Monti, che un crollo finanziario dell’Italia significherebbe la fine dell’euro e una crisi forse mortale per il progetto d’integrazione di cui Parigi e Berlino restano i principali sostenitori e l’asse portante: un progetto in cui sono in gioco, non solo il futuro del vecchio continente e il suo posto in un’economia globale popolata da giganti, ma le relazioni tra la Germania e il resto dell’Europa e quindi, in ultima analisi, la stabilità e la pace nel mondo.

Però è fin troppo evidente che le ragioni immediate del cambio risiedono nel mutamento avvenuto a Palazzo Chigi. Non senza ragione, Silvio Berlusconi era ormai considerato un interlocutore poco affidabile: la stampa italiana e straniera amplificava le sue vicissitudini giudiziarie e le sue private sregolatezze e l’Europa intera rideva o s’indignava delle sue gaffes (come ho scritto in altro articolo, nelle librerie di Bruxelles circola un libretto sulle “berlusconnades”). Più seriamente, non sfuggiva il carattere composito della maggioranza e l’ostacolo posto dal populismo leghista a ogni seria politica di rigore. Quando al posto di Berlusconi, è andato qualcuno che rappresenta la sua antitesi, l’Europa ne ha preso subito atto e ha reagito in conseguenza.

Tutto risolto, dunque, sul versante europeo?  Per il momento, sì ma non illudiamoci: per l’Italia “gli esami non finiscono mai”. Ci si può chiedere perché questo tocchi a un Paese che è parte del G-8, rappresenta la terza economia del Continente ed è tra i fondatori dell’Europa; ed é facile attribuirne la causa – non senza qualche fondamento – a secolari pregiudizi difficili da sradicare. Ma la vera risposta, per sgradevole che sia, sta in un difetto fondamentale del nostro sistema politico, senza distinzioni di destra, centro o sinistra: la cronica instabilità dei nostri governi, la fragilità e disomogeneità delle maggioranze che li sostengono, l’assenza di una leadership indiscussa e la conseguente impotenza ad affrontare problemi strutturali o di medio e lungo termine. Negli ultimi trent’anni, la Francia ha avuto tre Presidenti, la Germania tre Cancellieri, l’Inghilterra e la Spagna quattro Primi Ministri, e tutti appoggiati da maggioranze politiche stabili e compatte. Noi di Governi ne abbiamo avuti undici (tra cui tre “tecnici”), con maggioranze variabili nel corso di una stessa legislatura, conflittive, disomogenee, spesso dipendenti dal capriccio delle sue componenti minori e afflitte da insopportabili personalismi: caratteristiche, queste, che hanno di fatto paralizzato anche il solo governo stabile del decennio, quello Berlusconi del 2001-2006 e reso inoperante quello succedutogli nel 2008, anche al di là dei demeriti del Premier.

Se a questa carenza di fondo si uniscono le discutibili caratteristiche personali di un Capo del Governo e lo scetticismo e insofferenza verso limiti e costrizioni posti dall’appartenenza europea – manifestati dall’ex Premier, da parti della sua maggioranza e da alcuni Ministri – il risultato non può essere che una diffusa percezione di inaffidabilità. La controprova la offre la Spagna, che con un’economia ben inferiore alla nostra, problemi finanziari certo maggiori e una immagine passata non esaltante, è riuscita a conquistarsi dall’85 in poi credibilità e peso anche superiori alla realtà grazie alla sua stabilità politica e alla percezione di serietà che riesce a trasmettere.

Lo abbiamo detto più sopra: il Governo Monti, affidato a una personalità indiscussa per competenza, serietà e prestigio, il cui stile e costume di vita sono l’opposto di quelli del suo predecessore, e che gode del sostegno parlamentare più ampio del dopoguerra, ha momentaneamente tappato questa falla. Approfittiamone, ma teniamo ben presente che questo Governo ha poco tempo ed è soggetto alla volontà di uno o più forze politiche capaci di “staccargli la spina” e che se fallisse – e comunque al di là del suo termine naturale – non ci sarà fatto in Europa alcuno sconto.

Se vogliamo riprenderci e mantenere in permanenza il ruolo che corrisponde al nostro peso demografico ed economico, dobbiamo fare varie cose, nessuna facile, ma certo tutte necessarie (e non solo per il nostro prestigio, ma per l’avvenire del Paese e per quello dei nostri figli): mettere in ordine le nostre finanze, rilanciare la nostra economia, cambiare alla base il nostro costume politico, anche con le opportune modifiche costituzionali e con una legge elettorale decente che permetta di contare su maggioranze coese e a guida autorevole, ritornare alla pratica di un europeismo convinto, coerente e attivo, saperci muovere senza capricci ma con la giusta fermezza, saper essere propositivi senza essere velleitari e, non ultimo, destinare in Europa i nostri uomini migliori (l’esempio recente di Mario Draghi è prova eloquente dei successi che possiamo conseguire quando seguiamo questa linea).

Non credo che riusciremo a far saltare l’asse franco-tedesco e neppure che ci convenga farlo: Francia e Germania sono, sin dal primo giorno, l’architrave dell’integrazione europea e guai se questa architrave si spezzasse. Perché, non nascondiamoci dietro un dito: il metodo comunitario e le regole egualitarie sono giusti e da difendere nella vita corrente dell’Unione, ma la variegata Europa a 26 non farà passi in avanti e non si darà la sempre più necessaria governance centrale senza l’impulso di un forte e autorevole tavolo di regia. Non si può contare sull’Inghilterra, che è da sempre un elemento frenante, e altri Paesi di buone dimensioni, come Spagna e Polonia, non pesano abbastanza;  si deve perciò inevitabilmente contare su Francia e Germania, ma l’Italia può e deve essere la terza gamba del tavolo, quella senza di cui l’equilibrio è instabile e le iniziative meno suscettibili di successo; lo otterremo se Parigi e Berlino acquisteranno alla fine il riflesso condizionato di considerare Roma non solo un interlocutore affidabile, ma un partner utile e spesso indispensabile.

L’Europa è la nostra casa, l’euro la nostra migliore difesa; al di fuori di essi torneremmo inevitabilmente alle nostre vecchie abitudini: finanza fuori controllo e svalutazioni intermittenti, e scivoleremmo verso una sorta di periferia mediterranea, tentazione di facilità sempre esistita in filigrana nella nostra storia, anche recente. Ma in Europa dobbiamo starci da protagonisti attivi e il nostro sforzo deve essere diretto a rafforzarne le istituzioni e approfondirne i poteri.  Questo lo avevano ben chiaro innanzitutto due grandi liberali dello scorso secolo, Luigi Einaudi e Gaetano Martino (quest’ultimo all’origine, con la Conferenza di Messina, del Trattato di Roma) e poi i nostri migliori politici, da De Gasperi a Sforza, da Malagodi a Craxi, da Carli a Colombo, da Ciampi a Napolitano, in contrasto con le vaghe ambizioni e derive terzomondiste di altri personaggi, pur di grande calibro.

Il Governo Monti si muove nella buona direzione. Speriamo che sia una rondine che faccia davvero primavera.

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI