Su nel Triveneto alla Lega Nord bene o male hanno sempre tenuto la barra dritta. Le questioni interne, ‘della base’ come le chiama il Senatùr, al di là di qualche capriccio se non di vere e proprie alzate di testa, si sono sgonfiate sempre nel giro di qualche giorno.  Il grande capo, Umberto Bossi, ha zittito con le buone o con le cattive i singhiozzi che potevano turbare il partito. Una cosa è certa, ora che ha scelto di stare all’opposizione, la Lega, libera dall’ingombrante figura di Berlusconi, può fare quello che le riesce meglio: la mina vagante.

A proposito del Governo Monti, dal Carroccio l’hanno detto a chiare lettere: non ne vogliamo sapere. Ma, anche qui, la scelta politica dei ‘duri e puri’ che tanto piace a Bossi sembra davvero démodé. Tuttavia non sono tanto i propositi bellicosi molto cari alle camicie verdi come il federalismo, l’euro-scetticismo o l’indipendentismo, a suscitare attenzione, quanto piuttosto la telenovela interna che vede da una parte i ‘maroniani’ e dall’altra i fedelissimi del Senatùr.

La frangia più vicina a Bossi (Reguzzoni, Mauro, Bricolo, il ‘Trota’, ecc.) per ora tiene, ma fino a quando? L’idea di Maroni di piazzare qualcuno dei suoi nel ruolo di capogruppo di Camera o Senato si è sciolta come neve al sole, un tentativo di scalata incenerito dal leader del Carroccio. Sia come sia, l’appeal di Bossi è calato molto negli ultimi anni e quindi l’ascesa al trono della Lega è partita da tempo. Le strategie usate possono lasciare a desiderare, ma tant’è.

Si agisce nell’ombra per non fare torto al capo e per guadagnare consensi, salvo poi rimettersi sull’attenti al primo urlaccio del Senatùr. Alle volte viene da pensare che uno come Roberto Maroni con la Lega non c’azzecchi nulla e che forse potrebbe cambiare casacca da un momento all’altro, e invece è un errore. L’ex ministro dell’Interno vuole diventare il successore di Bossi. La strada è lunga, gli aspiranti non sono pochi, basti pensare ai vari Cota, Tremonti, Calderoli, lo stesso Castelli. Che a spuntarla alla fine non sia Zaia, il governatore del Veneto, forse il meno leghista ma il più ‘perspicace’?
    
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