Machado Viera, ministro di Salazar, diceva nel 1943: “Se vogliamo civilizzare gli indigeni, dobbiamo inculcare loro, come precetto morale elementare, l’idea che non hanno diritto di vivere senza lavorare”. La colonizzazione portoghese è stata terribile perché molti lusitani erano analfabeti e ignoranti e la loro paura degli ‘indigeni’ li aveva condotti ad applicare un sistema di assimilazione culturale ad oltranza, a fomentare i meticci contro i Neri, ad una corsa al riciclaggio della razza, con l’idea che “più ci si avvicina al mondo dei bianchi, meglio si viene accettati”.

Nel 1951, la colonia dell’Angola diventa ‘provincia d’oltremare’ del Portogallo. Gli angolani poterono diventare ‘cittadini portoghesi’ patteggiando alcune condizioni, come saper leggere e parlare correttamente la lingua locale, avere un casellario giudiziario pulito, esibire due testimonianze di moralità e un certificato medico. Il Governatore generale dell’Angola veniva nominato dal Consiglio dei Ministri di Lisbona, disponeva del potere esecutivo e legislativo, ma era assistito da un Consiglio per il governo e da un Consiglio legislativo. Oggi le cose stanno in modo molto diverso, l’Angola non è solamente una destinazione di emigrazione per gli ex colonizzatori portoghesi e questa grande riserva di petrolio porta soldi liquidi a Lisbona, ricomprandosi banche e società.

Negli ultimi tre anni, l’Angola, antica colonia lusofona dell’Africa Australe, situata a sole sette ore di aereo da Lisbona, ha visto istallarsi sul suo territorio non meno di 100mila portoghesi. Più di 25mila richieste di visto sono state depositate da giovani professionisti che vogliono scappare dalla crisi del Portogallo. Se il flusso migratorio continua a questo ritmo, la comunità portoghese in Angola potrebbe ritrovare i livelli precedenti l’Indipendenza: 500mila persone. Cosa mai vista negli annali post-coloniali. Luanda è conosciuta per essere una delle metropoli più care al mondo per gli espatriati. Da due anni  si piazza prima di Tokio, Ndjamena, Mosca, Ginevra, New York ed Osaka. L’afflusso di migranti e la penuria di case ha fatto schizzare gli affitti. Grattacieli scintillanti si affacciano su quartieri devastati, dove gli edifici sono ancora marcati dalle cicatrici lasciate dai colpi di mortaio.

In questo Paese dove tutto è da costruire o ricostruire, è nato un nuovo Eldorado, nel 2002, dopo una guerra civile durata ben 27 anni. Per far fronte a questa affluenza umana, l’Angola ha previsto per il 2012 la nascita di una nuova capitale amministrativa a Kilamba Kiaxi nella provincia di Luanda. Popolazione iniziale prevista: 120mila persone. Prima della crisi mondiale, l’Angola vantava la più forte crescita economica al mondo: 21% nel 2008 contro l’1,8% del Portogallo. La sua necessità immensa di ingegneri, tecnici, finanzieri ed esperti in tutti i campi spinge oggi migliaia di portoghesi a tentare ‘l’avventura africana’. I vecchi legami e la presenza di 800 imprese portoghesi facilitano il compito, anche se la Cina ha sostituito il Portogallo come partner commerciale.

Mentre l’Angola si chiede cosa fare dei suoi petrodollari, il Portogallo sta diventando una colonia dell’Angola. A Luanda piace ripeterselo e non senza spirito di rivincita. A Lisbona, ovviamente, viene apprezzata meno quella che il quotidiano economico ‘Jornal de Negocios’ presenta ironicamente come “l’offensiva delle Palancas”,  rara specie di antilope, emblema dell’Angola. Approfittando della crisi del Portogallo, le società angolane investono in tutto quello che il Portogallo può avere di più sfarzoso e redditizio: grandi alberghi, oggetti di lusso, alta moda e soprattutto banche e petrolio. Grazie alla potenza finanziaria della Sonangol, società nazionale per lo sfruttamento di gas e petrolio, Luanda possiede una macchina economica internazionale che gli permette di essere azionaria della società Galp Energia e della TAP, la compagnia aerea portoghese. Detiene la partecipazione nelle filiali angolane di banche portoghesi (per esempio 49,9% di Banco Millenium Angola S.A, filiale della banca Commerciale del Portogallo). Gli investimenti dell’Angola sono passati dal 1,6 a 116 milioni di euro dal 2002 al 2009 e non è finita qui.

Ma il ‘miracolo’ non sta tutto in questi dati. Le ultime statistiche dell’FMI sono, una volta tanto, favorevoli all’Africa sub-sahariana. L’Africa al sud del Sahara è una delle rare regioni del mondo con una crescita che continua ad aumentare (in media +5,3% nel 2011, +5,8% nel 2012). Certamente siamo ben lontani dalla crescita della Cina, che primeggia con il suo 10%, ma anche molto sopra agli USA (1,5% nel 2011) e alla zona-euro (1,6%).  E’ vero che molte popolazioni africane soffrono ancora la fame e il sottosviluppo, ma le buone notizie sono per loro rare e sarebbe far loro un torto non pubblicizzarle. Decine di migliaia di africani, che sopravvivono oggi con un dollaro al giorno, aspettano che il ‘miracolo africano’ sia meglio distribuito tra componenti elitiste, ancora troppo spesso accecate dalla cupidigia che propense all’altruismo.

In Africa, ma anche in Europa, le attese della popolazione sono grandi. Nelle  piazze europee inneggiano migliaia di indignati, rappresentanti di una ‘generazione sacrificata’ senza futuro. Quanti tra loro, nuovi poveri di oggi, tenteranno domani l’avventura africana? Giovani europei, nati dall’immigrazione, fanno il cammino inverso dei loro genitori e nonni per istallarsi a Dakar, Abidjan, Rabat e Algeri. Quando guardiamo alle grandi potenze occidentali, viene da pensare alla grande depressione degli anni ’30 del secolo scorso. Cosa poco confortante. Nei Paesi ‘ricchi’ dell’OCSE, più di 44 milioni di persone sono senza impiego. In Portogallo, uno dei Paesi più fragili della zona euro, i giovani hanno già ripreso la strada dell’esilio. I loro nonni avevano scelto la Francia per trovare il loro ‘posto al sole’. Loro scelgono l’Angola e i suoi petrodollari.

© Rivoluzione Liberale

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