La parabola grottesca di un musico fallito, cortigiano convinto, amorale per vocazione avvolto in un lucido cupio dissolvi. Nella sua imbarazzante assenza di aspettative edificanti, nella riduzione della vita a pura funzione fisiologica riesce in maniera paradossale a ribaltare la visione del bene e del male, del genio e della mediocrità, della natura umana e delle possibilità di redimerla. E’ la base de Il nipote di Rameau, romanzo capolavoro di Denis Diderot (1713-1784, filosofo, enciclopedista e scrittore francese), la cui riduzione teatrale con principale interprete il noto attore napoletano Silvio Orlando – anche regista e produttore dell’opera – va in scena fino al prossimo 4 dicembre al teatro Piccolo Eliseo di Roma.

La piéce è già incappata nelle stoccate di parte della critica che si è fiondata come un rapace sui limiti della recita senza soffermarsi – a nostro avviso – sugli indiscutibili meriti, fra i quali la classe recitativa di un artista come Orlando, per il quale non nascondiamo di avere una personale buona dose di simpatia e stima. Lo spettacolo, a tratti, è in modo obiettivo faticoso da seguire, ma il compito non era facile. Proprio per questo Orlando ha messo in atto una sorta di work in progress, un aggiustamento strada facendo (tipico del teatro, fra l’altro), grazie al quale è riuscito ad ‘alleggerire’ l’allestimento nel suo complesso. D’altra parte non sarebbe giusto ignorare la difficoltà di portare sul palcoscenico un testo saturo di dialoghi a sfondo filosofico, in cui è arduo trovare spazio per il colpo di scena che elettrizzi l’attenzione del pubblico e dei giornalisti.

Rameau mancava dai nostri teatri dagli inizi degli anni Novanta, un ventennio durante il quale la società italiana ha subìto drastici cambiamenti. Le sue contorsioni intellettuali quindi – con gli avvenuti accorgimenti – assumono nuovo e violento impatto e rinnovati motivi di amaro divertimento. Per Silvio Orlando, in principio, quella del teatro è stata una vera e propria scommessa. L’attore comico/drammatico (alcuni film straordinari – tra i quarantuno della sua carriera – quali Il portaborse, La scuola, Ferie d’agosto, Il posto dell’anima, Il Caimano) nel corso degli anni Novanta, azzardò una rischiosa scelta per il proprio futuro artistico: quattro-cinque anni di comicità televisiva ‘tosta’, con ruoli in serie tv quali Zanzibar, Emilio, Vicini di casa e Felipe ha gli occhi azzurri 2. Quello televisivo si è poi rivelato uno straordinario stratagemma che ha rafforzato presso il grande pubblico l’immagine dell’interprete partenopeo. Se però si fosse fermato lì Orlando sarebbe rimasto invischiato in una ”palude dell’anima”, come la definisce egli stesso. Oggi – tornato al teatro dopo gli esordi degli anni Settanta – più ancora che nei film è chiamato a difficili, stimolanti prove.

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