Il nostro è proprio il Paese delle contraddizioni. Mentre divampa una polemica, spesso smodata e comunque dal sapore sgradevolmente qualunquistico contro la Casta, è proprio un Presidente del Consiglio tecnico ad aver ricordato, nel suo intervento al Senato, che è fondamentale ritrovare “il senso dello Stato” per evitare che la passione per la famiglia degeneri in familismo, quello per la comunità di origine in localismo, quello del senso del partito in settarismo. Respingendo quindi tutti gli eccessi dell’antipolitica, ha negato ogni “superiorità della tecnica sulla politica”. Per questa ragione abbiamo definito il nuovo esecutivo più politico di quelli che lo hanno preceduto, almeno nell’ultimo ventennio.

Come ha rilevato acutamente Giovanni Berardinelli sul Corriere della Sera, il Presidente ha anzi, palesemente e persino con fastidio, respinto l’antiparlamentarismo dilagante, che in Italia ha radici antiche e già ebbe successo durante il fascismo con la minaccia di trasformare l’Aula di Montecitorio in un bivacco di manipoli. L’evocazione delle “ronde” invocate da D’Annunzio contro i deputati contrari alla guerra, riecheggia oggi, nella analoga, ripetuta, proposta di “ronde” leghiste.

Nessuno ha il coraggio di definire, come realmente riteniamo che sia, qualunquista l’estremizzazione delle denunce, anche se spesso più che fondate, di Stella e Rizzo sugli sprechi ed i privilegi. Il buon giornalismo dovrebbe essere di denuncia, ma non dovrebbe cedere mai alla tentazione dello scandalismo professionalizzato.

I veri costi della politica da tagliare, perché inutili e spesso immorali, sono quelli rappresentati dal mantenimento di faraoniche corti dei miracoli, costituite da portaborse, camerieri, capi elettori, veline, spesso elevati al rango di consiglieri, consulenti, presunti manager o superburocrati, piazzati nei ministeri, negli assessorati, nelle aziende pubbliche, persino ai vertici della burocrazia, in nome di un presunto spoil sistem, che in realtà non è altro che vergognoso sottogoverno clientelare. Questo, insieme all’eccessivo numero di amministrazioni ed organismi periferici, assessori, consigli di amministrazione di aziende locali, costituisce il grosso della spesa per la politica. Bisognerebbe dimezzare il numero dei comuni, abolire le Provincie, ritornare alla regola aurea che i consulenti degli organi politici, anziché i trombati di tutte le elezioni o le amanti ed i parenti disoccupati dei politicanti, siano i pubblici funzionari, tenendo quindi ben distinta la funzione di indirizzo politico, da quella di gestione amministrativa, da attribuire esclusivamente alle strutture burocratiche.

Questo è ciò di cui ha bisogno uno Stato moderno e che vuole essere efficiente. Piuttosto che di casta, bisognerebbe quindi parlare di corte, costituita da falliti, incompetenti, porta borse, famigli, servitori, spesso anche corrotti. Questo ha prodotto l’avvento della Seconda Repubblica e va spazzato via.

Giustamente il Presidente Monti, anziché unirsi al coro di coloro che vanno ripetendo la rituale tesi della necessità di dimezzamento del numero dei parlamentari, ha parlato più correttamente di “contenere i costi del funzionamento degli organi elettivi”, che è ben altra cosa. In effetti, la riduzione del numero dei parlamentari comporterebbe una compressione della rappresentanza democratica a danno delle minoranze. Inoltre, se si dovesse pervenire all’auspicata riforma elettorale, connessa all’esito favorevole del referendum abrogativo della legge attuale, ridurre il numero dei parlamentari risulterebbe errato, perché la scelta del collegio uninominale mal si confà alla creazione di collegi vasti, nei quali il rapporto tra eletti ed elettori sarebbe molto più distante. Se invece i collegi fossero più piccoli, si otterrebbe l’auspicato ritorno ad un collegamento stretto tra cittadino e deputato e ad un controllo popolare più efficace dell’attività dei rappresentanti negli organi elettivi.

Questo farebbe certamente bene alla Politica, che tornerebbe, come è auspicabile, al centro della scena, ma complessivamente al sistema istituzionale italiano, perché, oltre a restituire ai cittadini la sovranità, che oggi di fatto è stata loro espropriata, ricreerebbe quel necessario rapporto di fiducia, controllo e dialogo permanente, che costituisce il presupposto fondante di ogni democrazia liberale.

© Rivoluzione Liberale

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5 COMMENTI

  1. Scusatemi, ma mi sembra che il governo (tecnico) debba passare all’esame dei partiti che compongono il parlamento, i quali approveranno o respingeranno le proposte che il governo farà. Quale presidente del consiglio, ancorché tecnico, sarebbe così stupido da buttare benzina sul fuoco delle polemiche, col rischio di essere sfiduciato? E’ chiaro che se il governo vuole operare e vuole dimostrare ciò che è in grado di fare, non può dimenticarsi che ogni parola pronunciata, ogni atto compiuto, avranno necessariamente delle ripercussioni sulla sua durata.

  2. Se parliamo di QUANTITA’ ha ragione Stefano; è la “corte” che causa spese insensate. Se invece esaminiamo la faccenda da un punto di vista qualitativo o morale non trovo affatto qualunquista criticare gli emolumenti dei politici.

    L’ho già detto e lo ripeto: se gli emolumenti dei politici superano di molte volte gli stipendi medi del paese si mette a rischio la democrazia, perchè insorgono legittimi dubbi sulle REALI motivazioni che spingono le persone a dedicarsi alla cosa pubblica.

    Un piccolo esempio: il figlio di Di Pietro è passato da vigile urbano a 1.200 euro al mese a consigliere regionale a 12.000 euro al mese con gettone di presenza, rimborso chilometrico e quant’altro. Non mi sembra qualunquistico reagire contro questo scempio.

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