Ecco, ci risiamo. In ogni periodo di crisi che colpisce il nostro Paese si tira fuori dalla soffitta l’ormai polveroso libro delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni come già successo dal 1993 al 2001. L’Italia è un Paese a due facce: la prima è quella delle piccole e medie imprese fortemente competitive, con grandi qualità imprenditoriali, capaci di resistere ai terremoti economico-finanziari meglio di qualsiasi altro. L’altra faccia è quella delle grosse aziende di Stato, carrozzoni in panne o che viaggiano a rilento. Per spiegare tale deficit va considerato che il Tesoro detiene le quote delle più grandi industrie italiane, citate anche da Forbes tra le 400 aziende più grosse al mondo (Enel, Eni e Poste Italiane tra le altre); senza considerare le centinaia di società per i servizi che fanno riferimento agli enti locali.

La recente pubblicazione dello studio che, ogni anno, l’Istituto ‘Bruno Leoni’ compie sul grado di apertura dell’economia italiana in 16 settori, confrontandoli coi paesi più liberalizzati d’Europa, è allarmante: si calcola che il livello medio di concorrenza nel nostro Paese sia del 49%. Si va dal 72% del più libero mercato elettrico, alla macchia nera dei servizi idrici col 19% (settore per il quale l’Europa chiede fortemente un intervento, nonostante il risultato referendario italiano abbia visto prevalere negli elettori un diverso orientamento).

Queste debolezze condizionano fortemente la crescita italiana, le cui vittime designate sono come sempre i cittadini. Osservando i dati dello studio, è possibile notare che i mercati meno competitivi, sono ovviamente quelli in cui dominano le aziende di Stato. Difatti l’ondata di liberalizzazioni degli anni ’90, che investì tutti i paesi d’Europa portò, ad esempio in Francia come in Inghilterra, a un aumento significativo della competitività, rendendo i cittadini di quei Paesi beneficiari di una riduzione delle tariffe. La nostra ondata di vendite delle quote pubbliche, viceversa, non portò con sé anche la liberalizzazione del mercato, nonostante lo stato abbia incassato da quelle operazioni cifre pari all’11,9% di PIL.

Ovviamente la politica ha sempre desistito dall’affrontare questo tema spinoso, sia perché le aziende pubbliche hanno sempre fatto da ‘ufficio di collocamento’ clientelare, sia perché il monopolio permetteva al Tesoro di raccogliere grandi quantità di dividendi.

Oggi però non ci si può tirare indietro, lo chiede l’Europa che bacchetta costantemente l’Italia sulla sua ‘chiusura’ di fronte a questa pressante esigenza, lo richiede la crisi economica perché  un sistema così concepito non è più sostenibile.

Il Governo Monti si trova a dover fare ciò che fino ad ora è stato sempre rimandato, anche per il veto, per esempio, di quelle ‘categorie protette’ che hanno sempre strozzato il mercato del lavoro che oggi più che mai richiede maggiore flessibilità.

Il nostro Paese necessita fortemente sia di privatizzare le aziende di Stato lasciando l’iniziativa al privato senza affidare la ‘minoranza di controllo’ alla mano pubblica e soprattutto di aprire alla concorrenza quei settori strategici come ferrovie, autostrade, telecomunicazioni che sono la spina dorsale di una Nazione.

© Rivoluzione Liberale

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