L’immagine che più si adatta a rappresentare le conferenze internazionali sui cambiamenti climatici, come quella apertasi lo scorso lunedì nella città sudafricana di Durban, è quella delle scenografie da film western: facciate di edifici, più o meno credibili, da un lato, nessuna sostanza e giusto un paio di pali di legno a sostenerle dall’altro.

Il fallimento del trattato di Kyoto, stipulato nell’ormai lontano 1997, è sotto gli occhi di tutti. Per quanto sia stato un passo fondamentale verso il riconoscimento e la legittimazione di queste problematiche di straordinaria importanza, non ha avuto la forza sufficiente per imporsi come driver delle economie mondiali. In primo luogo per la mancata ratifica da parte degli Stati Uniti, l’allora maggiore produttore di emissioni di anidride carbonica (e anche l’attuale, non per volume ma pro-capite), un’assenza che ha scardinato in partenza il fragile equilibrio ricercato, mortificando il pay-off (il guadagno derivante dalla diminuzione delle emissioni in forma cooperativa) degli Stati firmatari.

In secondo luogo per la mancata considerazione dei Paesi in via di sviluppo nell’accordo (primo fra tutti il gigante cinese, le cui emissioni aggiuntive annuali sono paragonabili a quelle dell’intera Germania), che hanno continuato il loro percorso di sviluppo con le modalità altamente inquinanti ed economiche proprie del potenziamento industriale occidentale del secolo precedente, al grido di “l’avete fatto voi, ora tocca a noi”, uno slogan che si continua ad udire a distanza di quindici anni.

Infine, perché gli Stati con le maggiori implicazioni economiche e sociali derivanti dal cambiamento climatico hanno scarso rilievo sul piano politico e diplomatico, come le Maldive o le Tuvalu, che stanno considerando di creare un movimento parallelo ad occupy per avere l’attenzione dei grandi, persi nei discorsi da salotto, mentre le loro nazioni affondano (quasi letteralmente).

Nemmeno la creazione dei Clean Development Mechanism, dei progetti di sviluppo sostenibile che puntavano a ridurre le emissioni laddove fosse meno costoso farlo (dato che l’inquinamento non ha barriere geografiche) per poi ottenere dei ‘crediti’ in patria, hanno portato i risultati sperati: da un lato hanno eliminato l’incentivo alla conversione degli obsoleti apparati industriali occidentali in forme a basso consumo energetico e maggiore efficienza, fornendo anzi un motivo in più alla delocalizzazione industriale.

Dall’altro lato hanno gratuitamente trasferito un enorme bagaglio di conoscenze tecnologiche ai Paesi asiatici, che l’hanno poi utilizzato per invadere i mercati europei con pannelli fotovoltaici a basso prezzo, ovviamente prodotti con energia tutt’altro che pulita (circa l’85% dell’energia cinese proviene dal carbone).

La Cina quindi è il grande giocatore che deve essere incluso nel nuovo trattato, ma la proposta di Pechino per i negoziati di Durban è scaltra e punta non sul taglio in termini assoluti delle emissioni, come invece quella degli Stati Uniti (-17% rispetto al 2005 entro il 2020), ma sulla riduzione dell’intensità energetica per unità aggiuntiva di Pil, che se continuasse a crescere ai livelli degli ultimi anni potrebbe vanificare, come effetto totale, il rinnovato sforzo del resto delle Nazioni.

Per evitare un terzo giro di negoziati fallimentare, dopo Copenhagen (2009) e Cancùn (2010), sarebbe fondamentale porre un sistema di forti incentivi ma soprattutto di forti disincentivi all’inquinamento, magari legati ad un aumento della tassazione commerciale sui prodotti creati con l’utilizzo delle forme di energia più economiche ed inquinanti, in modo tale da poter contestualmente ristabilire l’equilibrio competitivo tra est ed ovest del mondo, ma un tale percorso rimane verosimilmente impraticabile perché fornirebbe alla Cina la scusa perfetta per chiamarsi fuori dai giochi ancora una volta.

L’equilibrio diplomatico in questi casi vince sempre sull’efficienza economica, ma non possiamo permetterci che i trattati di Durban segnino ancora una volta il trionfo della diplomazia e del marketing sulle esigenze reali. E’ giunta l’ora di parlarsi a chiare lettere, perché ben altri equilibri, più profondi e fondamentali, sono realmente a rischio.

© Rivoluzione Liberale

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