Mentre l’Italia in crisi politica, economica e finanziaria si sta domandando come superare questa grave situazione, pochi si interrogano sul livello culturale degli italiani che hanno trovato, nell’invadenza televisiva finalizzata alla disinformazione sistematica, la fonte principale del sapere collettivo. Un sapere dove i “codici di apprendimento” principali, per giovani e meno giovani, sono strumentalmente “sfruttati” da ineffabili trasmissioni televisive delle quali è meglio non parlarne per non far loro ulteriore propaganda.

Tullio De Mauro, ex ministro della Pubblica istruzione e insigne linguista, intervenendo in un recente convegno svoltosi a Firenze, ha reso noto dati veramente allarmanti confermati da due recenti studi internazionali: il 33% di cittadini sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello in una scala da 1 a 5 (un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello); il 71% è al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in lingua italiana di media difficoltà; il 5% non è in grado di decifrare lettere e cifre; non più del 20% della popolazione conosce l’uso appropriato della lingua italiana ed ha le competenze minime necessarie per risolvere situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana.

De Mauro e le indagini statistiche da molto tempo ci informano su questa drammatica situazione, ma è ormai di tutta evidenza un altro dato: i decisori politici italiani e i media da un bel po’ di anni sono in tutt’altre faccende affaccendati.

E mentre sono state messe in atto politiche caratterizzate da tagli alla scuola e alla cultura, l’Italia è rimasta indietro, molto indietro, rispetto agli obiettivi, tutti disattesi, che erano stati fissati nelle indicazioni europee in materia di educazione permanente e ricorrente e in materia di interventi seri per ridurre drasticamente la dispersione scolastica.

Uno degli ultimi tentativi per affrontare in termini legislativi, cioè con un organico disegno di legge in materia di apprendimento permanente, ci fu nel 2007. Ma a causa del termine anticipato della quindicesima legislatura il disegno di legge cadde nel dimenticatoio e, in seguito, sono stati praticati interventi in via amministrativa i cui risultati sono sotto i nostri occhi e sotto gli occhi vigili di De Mauro.

Per memoria vorrei ricordare che il disegno di legge del 2007, dopo aver ricevuto il parere della Conferenza Stato-Regioni, era stato predisposto in coerenza con gli indirizzi espressi in sede comunitaria e aveva previsto una strategia per il cosiddetto “apprendimento permanente” (lifelong learning) capace di far fronte alla diffusa inadeguatezza di istruzione nelle persone in età lavorativa. Col disegno di legge si indicavano obiettivi finalizzati ad incoraggiare e a favorire la partecipazione a occasioni di apprendimento continuo. In buona sostanza, l’intervento legislativo aveva la piena consapevolezza, confermata dalle ricorrenti rilevazioni statistiche, del rischio di un nuovo analfabetismo che, di fatto, ostacola fortemente l’accesso al lavoro di categorie deboli, alimenta l’esclusione sociale e impoverisce le potenzialità di sviluppo dell’intero Paese.

Per avere cognizione esatta dei ritardi, dell’insensibilità e della miopia dei decisori politici italiani, basta citare un documento europeo del novembre 2001, cioè di dieci anni fa, che è intitolato “Realizzare uno spazio europeo dell’apprendimento permanente” e che, guarda caso, fin dal titolo mette in evidenza un proverbio cinese del 645 avanti Cristo: “Quando fai piani per un anno, semina grano. Se fai piani per un decennio pianta alberi. Se fai piani per la vita, forma e educa le persone.”

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