Scrivendo alcuni giorni fa su queste colonne, non era stato difficile prevedere che i problemi del Medio Oriente avrebbero gravato in modo pesante sull’agenda internazionale che il Governo Monti – pur accordando priorità ai problemi dell’economia – sarà chiamato a trattare, assieme ai partner europei e agli alleati occidentali, nelle prossime settimane e mesi e che metteranno alla prova l’indiscussa esperienza e saggezza del nuovo Ministro degli Esteri.

In Siria, la rivolta provocata dal carattere oppressivo di un regime che fonda il suo potere sulla forza militare in mano a un 15% della popolazione di etnia alauita, continua e si espande. Per fortuna, la Lega Araba ha deciso di agire, risparmiando così all’Occidente l’onere di intervenire direttamente. Isolata dai suoi pari arabi, e privata dei sussidi degli Stati petroliferi, la Siria è economicamente debole e non è quindi escluso che la Lega riesca a forzare una transizione verso un regime meno antidemocratico. E’ da augurarsi che ciò accada, perché credo che nessuno, né a Washington né a Londra o a Parigi, possa seriamente desiderare l’apertura di un nuovo fronte bellico, anche se solo limitato ad attacchi aerei del tipo Libia.

Altro elemento di disturbo è dato dall’affermazione in Egitto dei Fratelli Musulmani, anch’essa non difficile da prevedere, prima di tutto perché essi rappresentano – nel deserto politico creato dal lungo regime Mubarak – il solo movimento organizzato, e poi perché per quelle masse islamiche oppresse da sottosviluppo e vecchie frustrazioni, la fuga in avanti verso l’Islam è purtroppo un’illusione naturale e diffusa. Vuol dire questo che l’Egitto andrà ad aggiungere un tassello cruciale al  fondamentalismo mediorientale? Il rischio c’è ma non é del tutto inevitabile: i Fratelli Musulmani non sono i Talebani, anche se sono ostili al carattere laico dello Stato, e nel loro seno ci sono correnti moderate, che comprendono l’esigenza per il Paese di coltivare rapporti ragionevoli con l’Occidente. Inoltre, in Egitto vi è una classe media di solida e antica cultura e le Forze Armate rappresentano, come in Algeria e in Turchia, un argine contro le derive estremistiche.

Ma parecchio dipenderà dall’atteggiamento dell’Occidente e in primo luogo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Se si reagisse pubblicamente con ostilità preconcetta o spirito di crociata, si provocherebbero reazioni eguali e contrarie. Quello che gli egiziani faranno al loro interno, in materia di religione e diritti civili, riguarda dopotutto soltanto loro. Quello che a noi interessa è che quel grande Paese resti un elemento di stabilità e di pace all’esterno. Il problema non riguarda solo Israele (dove devono essere in corso analisi pressanti e preoccupate) ma Americani ed Europei, e specialmente noi che siamo immersi in un Mediterraneo che non deve tornare ad essere un fronte di guerra o l’origine di nuove ondate migratorie (alle quali forse occorre prepararsi a reagire chiudendo finalmente le porte).

Ma il punto di più immediato allarme è l’Iran, in mano a un regime che è forse meno oscurantista di quello dei Talebani, ma é certamente violento e oppressivo e per nulla in sintonia con le norme di legalità che reggono i rapporti internazionali, come dimostra l’ignobile attacco all’Ambasciata inglese. Quello che é avvenuto a Teheran non può essere compreso né scusato e non ci si venga a raccontare che Londra lo ha “provocato” con le sanzioni decise unilateralmente, giacché  nessun Paese degno di stare nel consorzio civile lascia le Rappresentanze di altri Paesi visibilmente e artatamente indifese: può rompere le relazioni, richiamare gli Ambasciatori, ma non può lasciare il personale diplomatico altrui esposto alla violenza di folle teleguidate. Bene fa dunque il nostro Governo, come ha dichiarato il Ministro degli Esteri Terzi, a valutare l’opportunità di chiudere la nostra Ambasciata, se non ha chiare, pubbliche e impegnative garanzie di sicurezza per il nostro personale, che non può essere lasciato in ostaggio di nessuno.

C’è però poco o  nulla che si possa fare dall’esterno per cambiare il regime iraniano, e quello che si tentasse di fare non farebbe che gettare benzina sul fuoco. Il rischio vero e non tanto lontano è rappresentato dalla possibilità che l’Iran disponga dell’arma atomica, ma anche per esso non vi sono scorciatoie, tantomeno belliche (solo Israele potrebbe essere tentato di ricorrere a un’azione “chirurgica” come quella effettuata negli anni ‘80 contro il reattore iracheno di Osirak; ma, a parte le reazioni a catena che ciò avrebbe in tutto il mondo islamico, non solo contro Israele, ma contro tutto l’Occidente, un’azione di questo tipo è oggi  assai più complessa tecnicamente).

Sono questioni tra di loro correlate (Siria e Iran hanno stretti rapporti tra loro, l’Egitto è un pezzo chiave nella partita mediorientale, sullo sfondo di tutto resta il problema palestinese) e vanno quindi considerate nel loro insieme. Non consentono risposte semplici e non si prestano ad azioni unilaterali da parte dell’Occidente o dei suoi esponenti di punta e credo che per questo si possa contare sulla prudenza del Presidente Obama. Bisogna invece ricercare con pazienza il più ampio consenso possibile in seno agli organismi internazionali, innanzitutto le Nazioni Unite e il G-8, e per noi l’Alleanza occidentale e l’Unione Europea, cercando di coinvolgervi Potenze come la Russia, l’India e la Cina, che fanno parte ormai del consorzio civile.

Il primo, indispensabile, passo, é trovare finalmente una soluzione al problema israelo-palestinese. Ogni tentazione di intervento con la forza – sullo stile della passata amministrazione americana – sarebbe la ricetta per disastri peggiori.

© Rivoluzione Liberale

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