L’agenda digitale presentata dalla Commissione europea è una delle sette iniziative ‘faro’ della strategia “Europa 2020”, che fissa obiettivi per la crescita nell’Unione europea (UE) da raggiungere entro il 2020. L’agenda propone di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) per favorire l’innovazione, la crescita economica e il progresso.

L’Europa mette in campo 9,2 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri a connettere tutti gli abitanti ad almeno 30Mega entro il 2020 e a sviluppare nuovi servizi digitali. Neelie Kroes, commissaria europea all’Agenda Digitale, è convinta che nei prossimi dieci anni lo sviluppo della banda larga possa stimolare nuove attività produttive del valore di mille miliardi di euro e creare molti milioni di posti di lavoro: «Un aumento della penetrazione della banda larga di 10 punti percentuali genera una maggiore crescita del Pil tra lo 0,9 e l’1,50%», dice Kroes.

Il web è la nuova frontiera economica, un immenso mercato potenziale. L’Italia è in grado di prender parte al gioco? A giudicare dalla situazione infrastrutturale si direbbe di no. Il ritardo è palesemente rappresentato dai numeri. Nel 2010 solo il 59% delle imprese italiane ha accesso alla banda larga rispetto all´82% della Germania e all’85% della media UE.

Eppure, un recente rapporto elaborato da “Boston Consulting Group”, intitolato Sizing the Digital Economy, ha mostrato il forte impatto di internet sulla crescita tricolore: il valore dell’economia digitale italiana è pari al 2% del PIL (31,5 miliardi di euro) e, secondo il DAG (Digital Advisory Group), il contributo potrebbe, con adeguate iniziative, arrivare a pesare per il 4%.

Secondo uno studio simile effettuato da McKinsey, nei tredici paesi considerati – Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Brasile, Cina, India, Corea del Sud e Svezia – l’indotto del web vale il 3,4% del Pil e ha generato, negli ultimi cinque anni, il 21% della crescita. Si noti, inoltre, che quasi il 75% del valore dell’economia “2.0” va alle aziende che non si occupano di tecnologia ma di produzione e vendita di beni e servizi tradizionali. Infine, sempre secondo la McKinsey, l’ecosistema di attività digitali crea 2,6 nuovi posti di lavoro per ogni ‘posto’ perso per l’introduzione di tecnologie che comportano miglioramenti in termini di efficienza di processo.

L’amministrazione pubblica italiana ha mostrato finora un’incredibile disattenzione a queste opportunità. L’Italia è sotto la media europea su quasi tutto, dall’accesso alla banda larga fissa e mobile all’uso di servizi d’informazione e commerciali, anche se risulta superiore alla media in alcuni importanti aspetti: dalla disponibilità di servizi della pubblica amministrazione all’invio telematico di fatture. Ma il gap va colmato.

L’economia digitale non deve essere sottovaluta. In Italia l’industria del web contribuisce alla produzione di ricchezza in misura simile all’agricoltura, il cui apporto vale il 2,63% del prodotto interno lordo (dati ISTAT). Dati alla mano, facciamo eco alla provocazione lanciata da Massimo Sideri del Corriere della Sera: il ministero preposto all’ambito agricolo è presente sin dai tempi di Cavour (1861), e rappresenta un caposaldo della storia repubblicana; perché non iniziare a pensare a un Ministro di internet, anche senza portafoglio?

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