Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo, più di 4mila persone sono state uccise nel corso delle operazioni di repressione portate avanti dalle forze di sicurezza del regime siriano contro i manifestanti che da metà marzo reclamano riforme politiche nel Paese.

La situazione è degenerata ad un punto tale che si può ormai  parlare di ‘guerra civile’. L’esercito e le forze di sicurezza siriane hanno commesso crimini contro l’umanità durante la repressione, tra i quali omicidi e stupri e questo senza che gli alti dirigenti dello Stato muovessero un dito. Ad oggi le violenze continuano. Secondo i Comitati di coordinamento locali, organizzatori delle manifestazioni che si moltiplicano da otto mesi a questa parte, cinque persone sono state uccise a Traimesh giovedì scorso e un’altra è stata freddata a Homas. Nelle cittadine di Tal Kalakh, Houla e Kafarlaha, l’esercito ha aperto il fuoco contro le abitazioni, alla cieca, senza risparmiare niente e nessuno.

L’opposizione, i militanti che combattono per la democrazia continuano ad organizzare manifestazioni di massa, appellandosi alla ‘zona tampone’. Vogliono così sottolineare il loro appoggio all’idea che la Turchia crei uno spazio di contenimento alla frontiera siriana. Davutoglu, Ministro degli Esteri turco, ha dichiarato che Ankara potrebbe agire in tal senso se si trovasse a confrontarsi con un afflusso di massa di rifugiati siriani. La televisione di Stato, solitamente muta sulla questione, ha dato molta enfasi alla notizia della liberazione di novecento manifestanti arrestati durante questi mesi di rivolte.

Il Consiglio Nazionale siriano – che raggruppa diverse correnti dell’opposizione al Presidente Bachar al-Assad – e l’Esercito siriano Libero, formato da soldati disertori, hanno annunciato che avrebbero unito i loro sforzi per rovesciare il regime siriano. Cosa molto importante, i due ‘capi’, Burhan Ghalioun (CNS) e il colonnello Al-Asaad (ASL), hanno riconosciuto in modo ufficiale i loro ruoli rispettivamente politico e militare. Questa decisione, presa durante un primo incontro avvenuto lunedì tra i rappresentanti dei due gruppi nella provincia turca di Hatay, è stata annunciata mentre il segretario generale della Lega araba si trovava a Bruxelles per cooperare con l’UE sul caso Siria.

A Bruxelles, i ministri degli Affari Esteri dell’UE si sono fatti messaggeri di un inasprimento della pressione sulla Siria, linea di condotta in accordo con quella della Lega Araba. Il Segretario Generale dell’Organizzazione, Nabil Al-Arabi e il capo della diplomazia europea Catherine Ashton hanno deciso di inasprire le sanzioni contro la Siria, colpendo in particolare i settori finanziario, del petrolio e del gas, confermando così le decisioni già prese domenica dalla Lega Araba. Sono stati congelati dall’UE i beni di undici società e dodici persone, alle quali è anche stata negata la possibilità di avere un visto. Il divieto si estende alle esportazioni di beni e servizi provenienti dall’UE verso la Siria. La Francia ha proposto l’apertura di corridoi umanitari ma per ora, come ribadito dal Ministro degli Esteri Svedese Bildt, non è previsto nessun intervento militare, anche se non è possibile escludere un legame tra ciò che succede in Iran e ciò che succede in Siria. Il disegno è molto più ampio, come abbiamo sottolineato in un’intervista ad Alberto Negri, pubblicata qualche settimana fa sul nostro magazine.

Da parte sua Al-Arabi ha precisato che erano diciassette le personalità siriane ritenute ‘sgradite’ all’Organizzazione e i cui conti sarebbero stati gelati. Sabato a Doha, un comitato ad hoc formato da Qatar, Egitto, Algeria Oman e Sudan ratificherà queste decisioni. Su questa lista sono sia il fratello di Assad, capo della Guardia Repubblicana che Rami Maklouf, suo cugino e ricchissimo uomo d’affari. Il Comitato della Lega Araba che ha preparato questa lista raccomanda anche che cessino i voli da e per la Siria entro metà dicembre (decisione già presa da Emirates e Turkish Airlines) – stranamente in coincidenza con il ritiro delle truppe americane dall’Irak – e di escludere dall’embargo i cereali, le medicine, il gas e l’elettricità. L’obiettivo è fare in modo che Assad se ne vada, limitando l’impatto sulla popolazione.

Nel frattempo, il Kuwait ha invitato i suoi cittadini a lasciare la Siria, da più di otto mesi teatro di un movimento di protesta represso nel sangue dal regime del presidente Bashar al Assad. Il Kuwait è la quarta monarchia del Golfo – dopo Arabia saudita, Bahrein e Qatar – ad aver stabilito ai propri cittadini una simile disposizione.

Gli USA vedono con grande favore il gelo nelle relazioni tra Ankara e Damasco – una volta grandi alleati – e la fermezza con la quale la Turchia sta portando avanti le sue posizioni. Mosca da parte sua, dopo aver messo il veto, insieme alla Cina, ad una Risoluzione ONU che condannava le violenze in Siria, ha deciso di spedire le sue navi da guerra nelle acque territoriali siriane. La Siria sta spiegando le sue forze su venti chilometri di confine con la Turchia, creando così una zona militarizzata con divieto di passaggio se non autorizzato dall’esercito. Per il momento non è previsto nessun intervento dell’Occidente. Ma se sullo scacchiere mediorientale sono presenti oggi gli attori più importanti, non è un caso.

© Rivoluzione Liberale

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