Se nei secoli ci si è sempre trovati a discutere sulla ciclicità o meno della storia, di certo la politica italiana avvalora con forza la prima tesi. A volte i soggetti sono cambiati e a volte sono cambiati i temi, ma la solfa rimane sempre la stessa.

Berlusconi ha sempre sottovalutato i suoi alleati perché i colpetti alla ‘cadrega’ (sedia o poltrona per i non lombardi) di palazzo Chigi sono sempre  arrivati da loro.

Come nel ‘94, così nell’ultima crisi di Governo l’oggetto del contendere è stato ancora una volta la riforma delle pensioni. Anche se stavolta il Cavaliere si è dimesso prima di ricevere un’ulteriore pugnalata che avrebbe aperto vecchie ferite e scucito future alleanze, la Lega è rimasta inflessibile davanti alla grave crisi che affligge il Paese.

Dove persino PD e PDL hanno messo da parte la loro contrapposizione ideologica, per unirsi in un patto di ‘solidarietà nazionale’ e hanno affidato al professor Monti il duro compito di risanamento dei conti pubblici,  a scapito forse anche del proprio consenso elettorale. Bossi e la Lega, invece, hanno anteposto i propri interessi a quelli della Nazione.

Il capro espiatorio è ovviamente la riforma del sistema previdenziale, più volte riproposta, ma sempre ben difesa dai leghisti. Se la crisi del Primo Governo Berlusconi avvenne per difendere le pensioni di anzianità di quegli elettori del Nord fautori del boom degli anni Settanta, quella avvenuta da poco è stata causata col contributo dei leghisti soprattutto per ridare smalto di partito rivoluzionario perso negli anni di Governo (anche) lumbard.

Oggi la Lega, tra nonno e nipotino seduti al parco, pensa solo all’anziano, l’unico vero tutelato dal nostro sistema pensionistico al quale non sarebbe stato levato un euro; ma è dimentica del bimbo, che forse non avrà nemmeno diritto a una pensione.

Di certo il Senatur con gli slogan ci vive e ci ha vissuto i suoi trentadue anni di attività politica (compresi i primi della Lega Lombarda). Oggi, dopo anni di maggioranza, deve cercare di ricompattare quell’elettorato che, ormai scontento (deluso o disilluso?), si sta allontanando.

Così il presunto leader secessionista ha deciso di lottare contro tutto e tutti: contro un sistema pensionistico insostenibile, contro un Governo che tenta di condurre fuori dalla crisi, contro i suoi alleati di sempre, contro l’Italia.

Mettersi di traverso nel sostegno al nuovo Esecutivo non è altro che il tentativo di riportare agli antichi albori quell’ormai sbiancato irredentismo che ha caratterizzato gli anni in cui la Lega raccoglieva cospicui consensi. L’ostruzionismo è un mezzo per rivendicare – malamente – la difesa del valore democratico del contraddittorio.

Ma qui si parla della corda che più che tirata si è quasi spezzata in seguito a decenni di un malgoverno che ha portato il nostro Paese a questa situazione. Qui non si tratta di difendere la democrazia dagli ‘inciuci di Palazzo’, si tratta di difendere le nostre famiglie dalla bancarotta di uno Stato troppo ingombrante. Bossi ha deciso di cavalcare l’onda della crisi economica per rianimare i sentimenti secessionisti, inaugurando il nuovo Parlamento Padano e affermando che dalle ceneri dell’Italia nascerà lo stato autonomo del Nord.

Tutto questo è solo la scusa per non riuscire a farsi carico di quella responsabilità più volte invocata anche dal Presidente Napolitano, di lavorare tutti insieme per la salvezza del Paese.

© Rivoluzione Liberale

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