Le condizioni meteorologiche in Russia sono state nelle ultime settimane insolitamente miti, in perfetto pendant con il livido clima politico delle fasi finali della campagna elettorale.

San Pietroburgo permette, forse più di ogni altra città russa, di cogliere l’essenza di questa drôle de guerre combattuta fra partito egemone, finte opposizioni e veri frondisti. Città per tradizione sensibile alle correnti di pensiero allogene, inesauribile incubatore di sommovimenti e rivoluzioni, osserva oggi in modo un po’ distratto il quadro politico federale. Sull’esito delle elezioni del 4 dicembre si è già detto molto. Ciò che invece in questa occasione rileva osservare è il modo in cui la campagna elettorale è stata gestita da Edinaja Rossija (Russia Unita) e dagli altri partiti e movimenti sulla scena.

I ‘pietroburghesi’, charmant per natura e per ruolo da sempre ricoperto, sembrano non degnare di importanza gli enormi murales elettorali di cui il partito-monstre ha ammantato i palazzi di Piter. Cartellonistica ad onor del vero declinata in chiave retorica, in un velato corteggiamento verso la galassia delle estreme ali politiche (uscite trionfanti dallo scontro elettorale), il cui slogan recita in modo perentorio e anche un po’ minaccioso, “Il futuro è nostro”. Fino a ieri era di certo vero, del doman non v’è certezza. In città, non si notano gigantografie di altri candidati o murales dei partiti rivali. Giusto sulla ‘Prospettiva Nevskij’ fa capolino un impettito Žirinovskij, sulla cui austera effige campeggia il sottotitolo “Vi hanno portato via tutto, tranne il diritto di voto!”.

La metropolitana, cuore pulsante della città, restituisce con chiarezza le profonde differenze qualitative fra il sistema politico russo e quelli occidentali cui esteriormente sembra apparire. I microfoni diffondono con assiduità ai migliaia di passeggeri in transito appelli (forse sarebbe più corretto dire inviti) a recarsi alle urne il 4 dicembre. All’interno dei vagoni, ecco di nuovo i manifesti elettorali di Russia Unita – ovviamente in formato ridotto – ad accompagnare con discrezione ma in modo ossessivo i cittadini nei loro spostamenti. Solo all’esterno delle fermate più importanti ci si può imbattere in arzilli vecchietti che fanno volantinaggio per gli altri partiti. Sotto questo profilo, Pravoe Delo e Spravedlivaja Rossija (quest’ultima premiata da un ottimo risultato elettorale) sembrano i meglio organizzati.

Eppure, sotto il mare in apparenza calmo dei partiti maggiori, impegnati in parodie di duelli elettorali, fluisce un vortice di movimenti, cittadini, organizzazioni che hanno ingaggiato una battaglia ben più convinta contro lo strapotere del partito egemone. Le motivazioni alla base dello scontro non son sempre nobili e sinceramente democratiche, se è vero – come sostenuto dai vertici di RU e nella sostanza avvalorato da pregressi incidenti – che alcuni di questi gruppi sono foraggiati da lobby straniere. Ne è un esempio l’ONG Golos (Voto), che nell’occuparsi del monitoraggio di eventuali violazioni e frodi elettorali ha ricevuto sostegno dal National Endowment for Democracy (NED) e dal National Democratic Institute (NDI), organizzazioni statunitensi molto attive in precedenza nella “Rivoluzione arancione” dell’Ucraina. Proprio sulla vexata quaestio dei brogli elettorali si sta svolgendo uno scontro fra diversi organismi, più o meno in modo ufficiale accreditati presso la Commissione elettorale centrale, i cui responsi oscillano fra sostanziale correttezza delle elezioni e sospetti di irregolarità più o meno gravi (OCSE).

Dal punto di vista partitico, una delle organizzazioni più energiche si è dimostrata Drugaja Rossija (Un’altra Russia), la filiazione del Partito Nazional-Bolsevico sospettata anch’essa di rappresentare la longa manus di interessi stranieri nella Federazione. L’MVD (Ministero degli Interni) segue con particolare attenzione le attività dei Drugorossii,  tanto che il 29 novembre scorso alcuni attivisti hanno subìto una perquisizione (a quanto pare) priva di un regolare mandato, in cui sarebbero stati sequestrati volantini e simboli del partito. Giusto un paio di giorni prima, Un’altra Russia aveva organizzato una manifestazione in sostegno ad alcuni ‘prigionieri politici’, pretesto per ricordare anche gli attivisti arrestati in seguito ai fatti di Manežnaja ploščad’. Proprio per il giorno delle elezioni, invece, una serie di proteste in simultanea sono state organizzate in diverse città della Russia. Ce ne dà testimonianza un cartellone clandestino, senza firma, come si usa ancora ogni tanto nel nostro Paese: Akcija protiv nezakonnyx vyborov. Dimostrazione contro le elezioni illegali. Gli esiti delle azioni sono ormai noti. Centinaia di arrestati fra San Pietroburgo e Mosca con l’accusa di manifestazione non autorizzata, tra i quali spicca il leader del movimento, il controverso Eduard Limonov.

Nonostante questi episodi, la tornata elettorale si è svolta a Piter come nelle altre città della Russia in maniera nel complesso civile. Il dato politico che emerge, forse più ancora dell’arretramento di Russia Unita (sotto al 50% e con una risicata maggioranza assoluta alla Duma), è l’avanzata delle ali estreme. I nazional-comunisti guidati da Gennadij Zjuganov (Segretario del Comitato Centrale del KPRF) e i nazionalisti tout court di Vladimir Žirinovskij (leader del LDPR) possono contare insieme sul 31% dei consensi. Saprà Russia Unita fronteggiare la manovra di accerchiamento?

© Rivoluzione Liberale

CONDIVIDI