Ogni stangata porta con sé strascichi e polemiche dalla notte dei tempi.  E’ il caso dell’Ici (Imposta comunale sugli immobili) sulla prima casa, che dopo qualche anno di ibernazione torna nel menù-tasse contenuto nella nuova manovra finanziaria del Governo Monti. Cambia la forma (si chiamerà Imu), non la sostanza (garantita la scarsa digeribilità del provvedimento da parte dei proprietari immobiliari).

In tema di tasse poi, ciclicamente le stagioni della politica battono il ferro su annose questioni. Con l’annunciato ritorno dell’Ici, infatti, non sono mancate le grida d’allarme di alcuni politici e opinione pubblica sulla disparità di trattamento esistente fra comuni mortali e Santa Sede per quanto riguarda le esenzioni.

L’uomo della strada è convinto e trova assai ingiusto (iniquo, visto che va di moda) che la miriade di enti religiosi che punteggiano la lussureggiante foresta che si estende da via della Conciliazione in poi, non paghi l’odiosa tassa. Proviamo a fare un po’ di chiarezza tenuto conto che le opinioni non sono in comodato d’uso.

Fermo restando che gli edifici di culto – al pari degli immobili posseduti da Stato, Regioni, Province, Comuni e da tutti gli altri enti con compiti istituzionali – non sono tenuti al pagamento dell’imposta, la norma contestata è quella che esenta gli immobili nei quali gli enti non commerciali svolgono alcune specifiche e definite attività di rilevante valore sociale, cioè quelli “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985. n. 222 [le attività di religione o di culto]” art. 7, c. 1, lett. i, del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504). Spesso, il quotidiano della Cei (Conferenza episcopale italiana), l’Avvenire, ha respinto con forza piogge di critiche portando nomi e numeri.

Per quanto riguarda le attività commerciali (librerie, ristoranti, hotel, negozi), svolte da enti riconducibili alla Chiesa sono tenute a pagare l’Ici, lo stesso vale per gli immobili di proprietà di enti religiosi dati in affitto. Del resto le esenzioni previste per le attività solidali e culturali svolte senza scopo di lucro non riguardano solo la Chiesa cattolica, ma ogni altra attività no profit di qualunque ispirazione, laica o religiosa, come le associazioni sportive dilettantistiche e quelle di promozione sociale, le organizzazioni di volontariato e le onlus, le fondazioni e le pro-loco.

Infine, per usufruire dell’esenzione tutto l’immobile deve essere utilizzato per lo svolgimento dell’attività esente; se in un’unità immobiliare si svolge un’attività rientrante nell’elenco in concomitanza ad un’attività che, invece, non vi figura, tutto l’immobile perde l’esenzione. Quest’ultima specifica si è resa doverosa perché in passato girava la voce che bastasse una statuetta di una Madonna o di un Santo per rendere l’immobile a destinazione religiosa quando magari all’interno vi si svolgevano attività commerciali.

Come san Tommaso, però, sarebbe utile toccare con mano le carte e conoscere il numero esatto degli immobili in questione: ventimila, trentamila, centomila? Così giusto per fare di conto e per approssimazione buttare giù una cifra che rispecchi l’ammontare dell’Ici (dovuta) dalla Chiesa. E così sia.

A Comuni e Amministrazione finanziaria, in conclusione, il compito di controllare e, laddove si ravvisino degli illeciti, sanzionare senza paura di scomunica. Non farlo sarebbe un atto di dolore.

© Rivoluzione Liberale

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1 COMMENTO

  1. Azzeccata l’osservazione che “va di moda” puntare il dito sulla chiesa, senza conoscere le circostanze vere. Invece non si parla affatto dell’esenzione ICI dei sindacati, che mi pare molto più inquietante.

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