Bruxelles – Il decreto ‘salva Italia’ presentato domenica scorsa in conferenza stampa dal premier Mario Monti, ha ottenuto reazioni all’unanimità positive sia da parte dai vertici delle istituzioni europee, che da parte della stampa. Olli Rehn, Commissario europeo agli affari economici e finanziari, ha considerato il pacchetto di riforme “tempestivo e ambizioso e che dà un segnale necessario di un nuovo approccio di politica economica”. Financial Times e Wall Street Journal hanno definito la manovra “radicale e ambiziosa” e la vedono, in modo opportuno, come il punto di partenza e di svolta di una settimana, quella in corso, decisiva per la sorte della moneta unica.

Le decisioni prese in Italia si inseriscono in un contesto europeo ed internazionale molto complesso. Per prima cosa Francia e Germania, riunitesi lunedì scorso in un vertice a due, hanno raggiunto una bozza di proposta con le loro soluzioni per ‘salvare’ l’euro. Un nuovo patto fiscale, accompagnato da alcune modifiche al Trattato, che includa sanzioni automatiche per chi non rispetti i vincoli di bilancio. Inoltre, sempre secondo il documento, dovrà essere introdotto nelle varie costituzioni il pareggio di bilancio e sarà anticipata al 2012 l’entrata in vigore (in origine prevista per il 2013) dell’European stability mechnism, fondo salva-Stati permanente che andrà a sostituire l’attuale e temporaneo EFSF (European Financial Stability Facility). Non si è toccato invece il capitolo BCE: Sarkò – e non solo lui – vorrebbe una BCE prestatrice di ultima istanza, mentre il fronte tedesco pende per un ruolo limitato alla protezione della stabilità monetaria, ovvero quello attuale.

Le soluzioni sono due: una modifica a 27 del Trattato con inevitabili implicazioni temporali, che però consentirebbe modifiche profonde e con una prospettiva di lungo periodo e un’opzione invece che includa i 17 paesi battenti euro, aperta a chi volesse aggregarsi sin modo spontaneo al nuovo articolato. Non è dato sapere ancora come questa seconda ipotesi si potrebbe concretizzare. Forse con uno ‘Schengen economico’ o con un escamotage legislativo, ma di sicuro questa soluzione ha dalla sua il fattore tempo che di questi tempi conta molto.

C’è dunque la parte ‘propositiva’ franco-tedesca, quella ‘attendista’ di Gran Bretagna, Polonia, ma anche Danimarca e i paesi del nord per intenderci e quella che, come l’Italia, ha fatto i compiti a casa ed ora si presenta al tavolo di contrattazione con la credibilità necessaria per avere un ruolo da protagonista in quello che è stato definito il Consiglio europeo più importante della storia dell’Europa. Di sicuro siamo vicini alla scadenza: o si arriva a conclusioni che siano in linea con la straordinarietà del momento oppure potrebbe non esserci più un prossimo appuntamento al quale rimandare le decisioni.

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