La settimana che si è conclusa può davvero definirsi cruciale per l’Italia e per l’Europa. Lunedì scorso, il Presidente del Consiglio ha presentato alle Camere le misure finanziare necessarie per scongiurare il default. Tra giovedì e venerdì, il vertice di Bruxelles ha adottato decisioni  altrettanto necessarie, fortemente attese e di notevole rilievo.

Sulle misure del Governo vi sono già state attente e multiple valutazioni su queste colonne: si tratta, è bene ripeterlo, di interventi necessari e, nel settore previdenziale, di ampio respiro, e se sindacati e partiti li vanificassero, si assumerebbero una responsabilità gravissima, tanto che non sarebbe illecito politicamente per Monti ricorrere alla fiducia, non prima, peraltro, di  aver esperito un rapido giro di consultazioni aperte, che consentano limitati ritocchi migliorativi. Teniamo però chiaro un punto: le decisioni spettano al Parlamento, espressione globale della sovranità popolare, non a interessi corporativi, sia pure quelli legittimamente rappresentati dai Sindacati. Scioperi e pressioni di altro tipo, di per sé leciti, non possono, non devono, distorcere l’obbligo del Parlamento di fare quanto è necessario per il Paese e per il suo futuro.

Si é anche detto qui ripetutamente che le misure annunciate sono sbilanciate a favore delle entrate e sarebbero zoppe e a medio termine insufficienti se ora il Governo non passasse rapidamente e con determinazione alla fase di una drastica riduzione della spesa pubblica. Su questo, si è già manifestato un chiaro impegno dei liberali, ritengo condiviso da tutto il Centro, a premere infaticabilmente su Governo e Parlamento.

Era ovviamente da attendersi che la manovra, nei suoi vari aspetti, suscitasse resistenze e malumori. Monti lo sapeva e ha mostrato di accettarlo, preferendo l’impopolarità all’inefficienza. Chi ci specula sopra, come fanno gli organi della Lega e, peggio ancora, quelli della famiglia Berlusconi, lo fa però in chiara malafede, sapendo  benissimo che Monti ha dovuto agire in fretta e senza paracadute, per fare quello che il precedente governo e la sua maggioranza, per debolezza  e contraddizioni  intrinseche, o per l’innato vizio di nascondere la realtà e rimandare i rimedi impopolari, non hanno  voluto o potuto fare.  Ma alla parte più responsabile della classe politica e della stampa spetta ricordare agli italiani che Monti è soltanto il medico specialista chiamato al capezzale di un malato grave: le medicine che egli ha dovuto prescrivere sono amare (e speriamo non se ne debba aumentare la dose) ma la colpa è di chi ha colpevolmente lasciato che la malattia si aggravasse. Senza la cura, per sgradevole che sia, c’é solo la fine.

Le decisioni di Bruxelles confermano quanto si era previsto su queste colonne (tra il catastrofismo di tanta stampa): al di là dei loro comprensibili disaccordi, Francia e Germania sono state concordi nella decisione di non permettere una crisi irreversibile dell’integrazione europea e difendere l’euro che ne è strumento e simbolo. Il loro ruolo guida si é confermato indispensabile e lo resterà in futuro e a noi compete accompagnarlo e rafforzarlo. Il Presidente francese non va molto forte nei sondaggi e la Cancelliera tedesca probabilmente pagherà un prezzo politico nelle prossime elezioni per le “concessioni” fatte in nome dell’Europa, perché non è affatto certo che l’opinione pubblica in Francia e in Germania si renda conto della realtà della situazione e della necessità di un’Europa più forte. Ma ambedue hanno  responsabilmente fatto quello che era necessario, e meritano per questo un riconoscimento, che sarà tanto maggiore per la signora Merkel se alla fine accederà a un ruolo più incisivo della BCE e magari agli eurobond. Il dato nuovo e positivo, è  che stavolta anche alcuni Paesi considerati scettici si sono allineati e, per quanto ci riguarda, che l’Italia, presentatasi al vertice con le carte in regola, ha potuto svolgere un ruolo non di semplice comprimario.

Le conclusioni del vertice, a parte l’intesa sul regolamento dei servizi finanziari e l’affidamento alla BCE della gestione del fondo salvastati, vertono su due punti qualificanti: l’impegno a concludere rapidamente  un trattato di rigore fiscale che va ben al di là di Maastricht e prelude, come ha detto il Presidente Napolitano, a una sorta di unione fiscale, e l’anticipazione e  rafforzamento del fondo di stabilizzazione con l’apporto di 200 miliardi di euro in più. Lo stesso Presidente del Consiglio ha ammesso che non é affatto scontato che questo basti per salvare l’euro e tranquillizzare in permanenza i mercati: ma in questa fase, quello che era necessario era un segno forte di volontà politica e questo segno c’è stato. Il resto richiede fermezza, coerenza e rapidità di esecuzione. Poi è ovvio che i mercati resteranno volatili, secondo gli interessi di chi specula giorno dopo giorno sull’euforia o il panico degli ingenui, e i diktat delle agenzie di rating americane (ma dove stavano, questi infallibili analisti, negli anni e mesi precedenti al crack americano del 2008? Come avevano valutato e vigilato Lehmann Brothers e compagnia?). Dietro tutto questo ci sono chiaramente anche pervicaci interessi ostili all‘euro e all’Europa unita (peraltro non condivisi dall’attuale Amministrazione USA): demonizzarli non serve a molto, come non serve condannare astrattamente la speculazione, che è una realtà dell’economia capitalista e globale. Cerchiamo invece di resistervi, andando avanti con gli occhi bene aperti e adottando, ove occorra, nuove regole del gioco, e magari chiedendo alla nostra migliore stampa di non prestarsi a farvi da docile cassa di risonanza.

Qualcuno si è chiesto se è giusto legarsi le mani con un patto fiscale che ridurrà ulteriormente la nostra sovranità in materia finanziaria (del resto già limitata dal Trattato di Maastricht). La risposta non può che essere affermativa: senza una politica fiscale di responsabile rigore, garantita da un vincolo esterno e solidale, non c’è futuro per noi: le vecchie tendenze  del tipo “l’Italia farà da sé” – latenti nella destra e nella sinistra meno responsabili – non ci hanno portato storicamente che disastri; e sostenere, con l’improntitudine propria di certi fogli di parte, che “senza l’euro si sta meglio” è una palese menzogna. Chi sta meglio senza l’euro? Certo non l’Inghilterra, in crisi profonda (il Paese col debito consolidato più alto d’Europa). Forse la Svezia, non certo perché ha preservato la moneta nazionale, ma perché è riuscita a mantenere nel tempo una politica fiscale ben più rigorosa della nostra e, comunque, mostra ora di accettare il nuovo vincolo fiscale.

Cosa vuole la Padania?  Che si torni alle vecchie lirette, deboli ed esposte a tutti i venti speculativi? O in realtà pensa  a una moneta “padana”? Nel 2001, al colmo della crisi argentina, il Governatore della Provincia di Buenos Aires si inventò una moneta locale (di vita assai effimera) e la chiamò, appropriatamente, “pataccone”. Migliore definizione non saprei trovare per i vaniloqui leghisti.

Un commento, infine, sull’opposizione inglese. Confesso un certo stupore nel vedere che i nostri maggiori organi di stampa, quasi all’unanimità, vi  hanno dato enorme rilievo, come se si trattasse di un fatto nuovo o determinante. Ma l’Inghilterra non ha mai giocato veramente il gioco europeo e se, dopo l’iniziale ostilità, è entrata in Europa, lo ha fatto con la mentalità e la pratica di un vero cavallo di Troia. La signora Thatcher tentò con pervicace arroganza di bloccare l’Unione Monetaria e il suo successore, John Major, dopo aver firmato il Trattato di Maastricht, dovette ammettere che i Comuni non l’avrebbero ratificato. Per entrare in vigore, Maastricht richiedeva l’unanimità e per rendere possibile la ratifica britannica si dovette concedere a Londra uno statuto speciale che le permetteva di restare fuori dell’euro, con la possibilità di entrarvi in seguito. Chi scrive queste note si adoperò per questo, e non lo rimpiange. Ma ora le circostanze sono diverse: l’Unione Monetaria esiste da dodici anni senza l’Inghilterra e può farne a meno.  E’ stato dunque corretto da parte di Van Rompuy, Barroso, Monti, Sarkozy e gli altri, dichiarare che avrebbero preferito un trattato a ventisette, ma  andare avanti lo stesso. L’Inghilterra é un grande Paese, ma in sostanza marginale rispetto all’integrazione continentale: non può quindi  avere il diritto e la possibilità di bloccarla, e accettare le pesanti condizioni poste da Cameron sarebbe stato un tradimento verso l’Europa.

E tuttavia, un giornale solitamente equilibrato ha parlato venerdì scorso  di “Europa spaccata”. Altri, più correttamente, di “Inghilterra isolata” e uno almeno  di “Europa più compatta”: quest’ultima è la realtà e sostenere il contrario, quando si considera che alle decisioni di Bruxelles hanno  aderito almeno 23 Paesi dell’Unione ed è assai probabile che gli altri vi si uniranno, riporta alla mente quell’ottocentesco titolo del Times di Londra che annunciava “tempesta sulla Manica, continente isolato”.

© Rivoluzione Liberale

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