Giorgio Napolitano, Una e indivisibile, riflessioni sui 150 anni della nostra Italia (Ed. Rizzoli): impegnativo recensire un libro del nostro Presidente della Repubblica.

Il testo non riguarda solo i 150 anni della nostra storia, ma affonda le radici nei processi che condussero alla nascita del nostro Stato unitario, con la memoria del Tricolore (quando a Reggio Emilia, il 7 gennaio 1797 fu stabilito che la bandiera della neonata Repubblica Cispadana sarebbe stato un vessillo verde, bianco e rosso), con i moti rivoluzionari del 1820 in Sicilia e con il ricordo di Bergamo, città dei Mille da cui provenne buona parte dei garibaldini che partirono da Quarto il 5 maggio 1860.

Un libro senza retorica, senza agiografia, con un convinto e robusto amor di patria e della visione che unì tanti uomini e donne di una Patria comune e che il Presidente accomuna in una storia asciutta con gli apporti di tutti, a partire dalla Sicilia e dal Mezzogiorno, di una comune cultura che affonda le radici in un passato plurisecolare, senza spazio (sono sempre le parole del Presidente) a pregiudizi e luoghi comuni, ma senza auto indulgenze.

Ci piace menzionare, come il Presidente con il suo aplomb perde la pazienza ricordando le “bestemmie separatiste” ricordate per primo da Giustino Fortunato, alle quali si sono aggiunte e sentite sul finire della Seconda guerra mondiale, altre bestemmie più quelle in tempi più recenti con non meno “impudenti proclamazioni” della insuperabilità del solco tra Nord e Sud.

Ma il libro è soprattutto la storia di quanti nei loro scritti propagandarono la necessità dell’Unità d’Italia e di quanti contribuirono a farla. Ed è la storia di Camillo Benso conte di Cavour, di Garibaldi e Mazzini animati in modo diverso fra loro – ma disinteressato a eventuali benefici personali – dalla necessità di un’Italia unita e indivisibile, ma anche di tutti coloro (da Giustino Fortunato a Benedetto Croce, a De Sanctis a Salvemini e via via fino ad Antonio Gramsci) che ebbero il senso comune di un’Unità necessaria.

Non manca una visione concreta dei problemi tra l’Italia appena unita e il potere temporale del Vaticano e l’Autore è tutto per la frase e la politica di Cavour “libera Chiesa in libero Stato” con un accenno alla modifica dei Patti lateranensi per cui tutte le religioni sono uguali in questa Italia moderna.

Ma è anche la rinascita di un Paese, distrutto da leggi razziali e inique, da un’occupazione nazista, che seppe riscattarsi con l’aiuto preponderante degli Alleati in una guerra di liberazione vittoriosa. Tre sono i fattori decisivi, a giudizio dell’Autore, per la ricostituzione di un Paese libero e indipendente, nei confini del Trattato di pace: quel moto di riscossa partigiana e popolare che fu la Resistenza, il senso dell’onore e la fedeltà all’Italia delle nostre unità militari che seppero reagire ai soprusi tedeschi e impegnarsi nella Guerra di Liberazione fino alla vittoria sul nazismo e la sapienza delle forze politiche antifasciste che trovarono la strada di un impegno comune per gettare le basi di una nuova Italia democratica. Ma il ricordo di Napolitano va anche alla musica e alla lingua comune, nel ricordo di Dante Alighieri, come fattori necessari per un comune sentire.

Da ultimo e non per ultimo, come l’Unità d’Italia affonda le sue radici nella storia precedente al Risorgimento, così questa Unità si riafferma e si consolida nel Referendum del 2 giugno 1946, nella Costituente e nella Costituzione nazionale che riafferma i principi di una Nazione, una e indivisibile, che stabilisce il Tricolore come bandiera nazionale e l’Inno di Mameli come quello nazionale e il discreto elogio a quanti, avendo giurato fedeltà alla Costituzione, onorano l’Italia impugnando le armi a difesa delle libertà in Paesi lontani.

Il legame con l’Europa viene ricordato con parole stringate e con la necessità  di una nostra collaborazione autorevole alla Unità europea. Aleggia lo spirito del Manifesto di Ventotene, di tutti coloro internati nell’isola che nel 1943-44 e nella Resistenza volevano un’Europa federale: da Spinelli a Rossi a Colorni, a Torraca, all’antinazista tedesca Ursula Hirschmann poi consorte di Spinelli.

La nostra molto personale coclusione è che si tratta di un Libro di storia patria e assieme di storia della Costituzione, dove non vi è copertura alle nostre pecche e difformità, ma anche l’indicazione autorevole per superarle. Un libro da leggere, studiare e fare proprio; e da consigliare anche a figli e nipoti.

© Rivoluzione Liberale

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