A distanza di una settimana dalle elezioni parlamentari russe, i malumori e l’inquietudine di numerosi movimenti e gruppi politici nei riguardi delle modalità con cui si è svolta la tornata sono sfociati nell’organizzazione di una serie di manifestazioni tenutesi contemporaneamente ieri in tutta la Russia, tra cui la più significativa è stata quella svoltasi nella capitale in Bolotnaja Ploščad’.

Tra le 14.00 e le 18.00 hanno sfilato per le vie di Mosca dai 25.000 (dato delle forze dell’ordine) agli 80.000 (stima degli organizzatori) cittadini, che hanno richiesto l’annullamento delle elezioni e le dimissioni del presidente del Comitato Elettorale Centrale. Nel corso della manifestazione non ci sono stati arresti, a differenza di quanto accaduto ad inizio settimana, quando dimostrazioni non autorizzate a Mosca e San Pietroburgo avevano condotto a centinaia di fermi fra i manifestanti.

Il coordinamento delle iniziative della giornata è stato affidato, al solito, alle reti di social network più utilizzate dai giovani. Oltre alla partecipazione popolare, a Mosca sono anche intervenuti alcuni noti personaggi politici. Tra questi Boris Nemcov (vicepremier durante i controversi anni ’90 e tra i fondatori del partito filoeuropeo e liberale Sojuz Pravih Sil – Unione delle forze di destra) e Grigorij Javlinskij (leader del partito Jabloko, di matrice socioliberale e filo-occidentale nonché membro dell’Internazionale liberale).

Evidentemente la piattaforma delle rivendicazioni ha potuto riunire partiti e strutture non solo lontanissime fra loro, ma anche reciprocamente incompatibili. Tra la folla comparivano infatti bandiere rosse del KPRF e di altri gruppi comunisti, frammiste, tricolori imperiali bianco-giallo-nero di movimenti nazionalistici e ortodossi. Ancora, numerose bandiere arancioni in evidente richiamo alla “Rivoluzione arancione” ucraina.

E l’attenzione dei media occidentali si è proprio concentrata sul possibile innesco rivoluzionario che tali manifestazioni potrebbero generare. Se è innegabile la portata innovativa degli eventi – affatto nuovi almeno nell’orizzonte temporale che ricomprende la presidenza putiniana – è altrettanto rimarchevole notare come Mosca abbia oltre 10 milioni di abitanti, e 80.000 persone in piazza rappresentino una – seppur simbolica – irrisoria frazione. Inoltre, non va dimenticato che l’opinione pubblica russa è sostanzialmente fredda verso le “rivoluzioni colorate” cui alcuni pensatori si sono richiamati, e non tiene in gran considerazione l’evoluzione politica dell’Ucraina, tanto che in un sondaggio Levada di poche settimane fa il 57% dei Russi ritenevano il proprio Paese più democratico del vicino, contro un misero 8% di intervistati che hanno sostenuto l’affermazione contraria.

Inoltre, la lente attraverso cui questi elementi sono stati osservati “da ovest” non è ovviamente neutra; ad esempio, la Fox ha inserito nel suo reportage sugli incidenti dei giorni scorsi spezzoni di filmati su guerriglie urbane girati nei Paesi dell’Africa settentrionale. Il battage giornalistico sembra ovunque travalicare l’effettiva portata degli avvenimenti e persino sui supposti brogli elettorali stenta ad emergere una verità univoca (e di certo la scelta della CSCE di inviare fra gli osservatori centinaia di ragazzi senza alcuna preparazione specifica e non in grado di leggere il cirillico non ha giovato alla causa dei “democratizzatori”).

Cosa queste intense giornate possano rappresentare per il futuro della Federazione Russa non è affatto chiaro o, quantomeno, ragionevolmente prevedibile. Di certo, prefigurare esiti sovvertitori dell’ordinamento vigente sulla base dei dati ad oggi emersi è un mero autodafé non corroborato da alcun dato empirico o da oggettivi riscontri all’interno del sistema politico e sociale russo, ma al contrario basato su convinzioni politiche personali o su suggestioni mediatiche.

© Rivoluzione Liberale

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