Le tensioni etniche che stanno sperimentando con diversa intensità i Paesi Baltici sono certamente acuite dal perdurare di una situazione di grave crisi economica e sociale. Nonostante Estonia, Lettonia e Lituania avessero dato prova in pochi anni di saper convertire il proprio sistema economico rigidamente pianificato ed accentrato di stampo sovietico in una snella ed efficace market economy, la violenta tempesta finanziaria del 2008 ha scaraventato le Tigri del Baltico in una profonda recessione. Le cause sono state molteplici, ma certamente l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, la scarsa propensione al risparmio della cittadinanza insieme a consumi elevati e robusti deficit nelle partite correnti hanno giocato un ruolo di primaria importanza.

La sfida forse maggiore che devono affrontare questi Paesi è tuttavia direttamente correlata al loro depauperamento, forse irreversibile, dal punto di vista demografico. Tassi di crescita della popolazione fra i più bassi al mondo (si va dal -0,28% annuo della Lituania al -0,64% dell’Estonia) sono la risultante dell’azione combinata di due forze. Da un lato, lo squilibrio negativo fra nascite e decessi, tendenza questa comune a molti paesi avanzati (basti pensare all’Italia). Dall’altro, la continua emorragia di risorse umane, misurata statisticamente attraverso il tasso di migrazione netta (3,3 migranti per 1000 abitanti in Estonia, -2,3 in Lettonia). Proprio questo dato evidenzia le complesse prospettive di crescita per l’area. Sono infatti proprio i giovani più istruiti e qualificati ad abbandonare i loro Paesi d’origine, in cerca di migliori prospettive in altre Nazioni dell’UE che – molto spesso – si rivelano una chimera, giungendo così al paradosso di ragazzi laureati, perfettamente trilingui grazie alla conoscenza dell’inglese e del russo, impiegati in mansioni non qualificate.

Proprio a questo proposito un contributo illuminante viene da Mihail Deljagin, pubblicista e politico russo, ideologo del partito Rodina (Patria) e presidente dell’Istituto sui Problemi della Globalizzazione. Costui, incentrando la sua analisi sulla Lettonia, ritiene che le tensioni etniche e una russofobia strisciante a livello istituzionale compromettano un compiuto sviluppo del “Paese di mezzo” baltico. Ad essere penalizzati sono diversi comparti economici. L’industria del turismo ad esempio, pur rappresentando un importante capitolo di entrate per il piccolo Paese, non riesce ad intercettare i sempre maggiori volumi di vacanzieri generati dalla Federazione Russa, che ormai prediligono altre destinazioni rispetto alla propensione storicamente consolidata verso il Paese baltico (a tal proposito va sottolineato come la città costiera di Jurmala fosse stata tradizionale meta del turismo estivo d’elite della nomenclatura sovietica).

Ancora, la Lettonia ha intrapreso sin dalla sua indipendenza un percorso di deindustrializzazione volto a privilegiare finanza e logistica, proponendosi quale hub per i Paesi baltici e in generale per l’Europa nordorientale. Nel corso degli anni, tuttavia, le grandi direttrici del commercio eurasiatico si sono progressivamente allontanate dai tre Paesi, preferendo i collegamenti via mare da San Pietroburgo e terrestri via Bielorussia. Ulteriore monito sulla marginalizzazione geopolitica dei Paesi Baltici viene dall’inaugurazione del gasdotto North Stream: una pipeline sottomarina che, partendo da Vyborg in Russia per giungere a Greifswalf in Germania, bypassa accuratamente Estonia, Lettonia e Lituania.

Secondo Deljagin, il governo non sarebbe in grado di avocare a se nuovamente questi traffici, dato il clima quantomeno “tiepido” nei rapporti con la Federazione, eloquentemente dimostrato, da ultimo, dall’«isterismo» generato in Lettonia a causa del sorvolo di aerei russi di cui abbiamo già trattato e dallo scontro politico-sociale per il riconoscimento del Russo quale seconda lingua ufficiale del Paese.

La conclusione dell’intervento di Deljagin è di impatto: «la scelta è vostra. Preferite coltivare sentimenti di russofobia? Avrete dinnanzi un’intera Europa dove prestare servizio come lavapiatti in un qualsiasi “tre stelle”. Volete guadagnare di più? Non avete che da avvicinarvi al mercato russo». Il monito ricorda da vicino quanto scritto dallo storico Niall Ferguson sul WSJ riguardo la marginalizzazione e il depotenziamento dell’Italia in una ipotetica Europa del 2021. Ci auguriamo che l’UE sappia reagire, valorizzando i cittadini di cui è composta ed evitando che tali fosche profezie si tramutino in angosciose realtà.

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2 COMMENTI

  1. Se condivido la prima parte dell’articolo, relativa alle ragioni del declino demografico lettone (per quanto ci sarebbe qualcosa da dire sul perfetto trilinguismo dei giovani lettoni che emigrano in Europa, se non sono Russi etnici non parleranno il russo correntemente), la seconda parte mi sembra un’esposizione acritica delle posizioni ufficiali russe (non dimentichiamo che Rodina è un partito nazionalista fondato come lista civetta per togliere voti ai nazional-bolscevichi). Si dimenticano le ragioni del contenzioso russo-lettone, e cioè l’annessione forzata dei Paesi Baltici all’Unione Sovietica, le persecuzioni (basti citare l’ex-ministro degli esteri lettone Sandra Kalniete, nata in un gulag siberiano) e l’oppressione della loro cultura. Mi pare che il mondo russo-putiniano abbia molto poco a che vedere con la cultura liberale…

  2. Caro Marco Giolitto,
    grazie per le quantomai appropriate osservazioni.
    Lo spirito dell’articolo è infatti proprio quello di osservare l’evoluzione politico-economica lettone da lenti altre rispetto alla nostra consueta prospettiva.

    I valori liberali che (bene o male) informano l’agire dell’Unione Europea non sono eterni e immodificabili, ed i Paesi periferici dell’UE sono soggetti a forze probabilmente da noi sottovalutate. L’assertività russa nell’area costituisce – a mio avviso – un dato di fatto. Criticarne l’operato ricordando quanto male è stato compiuto nei confronti delle popolazioni baltiche, seppur condivisibile sotto il profilo storico, non qualifica l’analisi sotto il profilo geopolitico.

    O l’UE sarà in grado di generare sane e durature forze centripete, sotto forma di interrelazioni reciprocamente profittevoli dal punto di vista sociale, culturale, economico – oppure potrebbe essere proprio la Federazione a raccogliere il testimone di potenza egemone dell’area.

    Saluti,
    Alessandro Di Simone

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