“La Cina si impegna a rispettare i propri obblighi negli sforzi mondiali per affrontare il cambiamento climatico. Il Paese vede la questione come una delle sfide più importanti che si sta affrontando”; “Nel 12esimo piano quinquennale per lo sviluppo economico e sociale (2011-15), il governo dovrà rispondere attivamente ai cambiamenti climatici, riducendo le emissioni di gas serra”.

Queste sono due tra i vari proclami rintracciabili nel Libro Bianco Politiche e azioni per affrontare il cambiamento climatico presentato di recente dall’agenzia di stampa governativa Xinhua allo scopo di spiegare alla popolazione cinese la posizione e la strategia del governo in vista della conferenza climatica conclusasi la scorsa domenica a Durban.

Proclami che proprio nel corso di quest’ultimo convegno hanno palesato la propria natura schizofrenica: la linea di Pechino si è dimostrata salda sulla volontà di sottrarsi a un accordo vincolante immediato, di evitare la creazione di un sistema di sanzioni (di cui infatti non vi è accenno nel trattato) e di vedere alimentato il Fondo Verde per i Paesi Emergenti (i famosi non-annex del trattato di Kyoto, firmatari a cui non veniva richiesta alcuna riduzione di emissioni, tra cui figura anche la Cina), obiettivi che è riuscita a portare a termine in modo egregio.

Il documento risultante da 13 giorni e mezzo (di cui le ultime 36 ore non previste ma risultate necessarie per raggiungere un accordo comune) di estenuanti trattative e contrapposizioni è tradotto infatti, per utilizzare l’eufemismo del Ministro degli esteri sudafricano  Maite Nkoana-Mashabane (Presidentessa della conferenza), in un ennesimo “accordo imperfetto”, che rimanda al 2015 e nella pratica al 2020 un qualsiasi piano d’azione successivo a Kyoto, in principio destinato a concludersi nel 2012 ed ora mantenuto in essere fino a tale data.

La soddisfazione dichiarata dai rappresentanti dell’UE stride con gli interessi reali delle nazioni europee, impegnate in questa lotta solitaria da fin troppo tempo e rappresenta una scarsa consolazione il fatto che per la prima volta nella storia tutte le 194 nazioni presenti abbiano trovato una forma di accordo comune, se questo di fatto si traducesse in una pausa di riflessione durante la quale, come prima, solo il 20% del mondo impiegherà attenzione e risorse alla riduzione dei gas serra emessi, mentre il restante continuerà ad inquinare come e più di prima.

Si è trattato insomma di formalizzare il mantenimento di quello status quo che Stati Uniti, Canada, Giappone, Russia ed altre nazioni avevano già da tempo definito inaccettabile e che quindi ha fornito loro ancora una volta un’ottima scusa per non partecipare ad un impegno comune reale per un’esigenza che si fa sempre più pressante.

E se alcuni commentatori hanno dato la responsabilità di questo ‘accordo di facciata’ alla mancanza di fondi e al generale immobilismo d’iniziativa dovuto alla crisi globale, secondo il parere di chi scrive proprio alla luce di quest’ultima e degli errori strategici che essa ha rivelato si sarebbe dovuta porre molta più attenzione ai risultati di medio-lungo termine, anziché incentrarsi sugli interessi di breve come è stato fatto.

Il primo – e unico – primo passo mosso dalla conferenza, in attesa che il Fondo Verde ed il meccanismo Redd+ (teso alla promozione di incentivi economici per ridurre i processi di deforestazione) diano prova della propria validità, è stato nella direzione di riportare al tavolo dei negoziati quelle nazioni che si erano sottratte dagli accordi precedenti, alla ricerca di una road map comune che un giorno potrebbe costituire un vincolo legale effettivo.

Le speranze di un risultato concreto si pospongono quindi, ancora una volta imbavagliate dalla forza delle pressioni economiche e diplomatiche mondiali, in attesa che anche i governi prendano sul serio l’importanza di queste tematiche ed il rischio del rinvio all’azione, molto più chiaro invece al resto dei cittadini del mondo ed in particolare a quelli che già subiscono atroci effetti.

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