Dopo che la Nato ha stabilito che la Libia doveva ‘camminare da sola’, il Qatar ha deciso di agire facendo da tutor al Paese. Questo sembrerebbe confermare il ruolo determinante nella guerra di liberazione, del multi-miliardario micro-Stato.

Se la situazione rimane confusa in Libia, una cosa è certa: il Qatar è il grande vincitore nell’intervento contro Gheddafi. Cominciando in modo molto soft attraverso le notizie diffuse dall’emittente televisiva Al-Jazeera, l’Emirato si è imposto in modo sempre più sensibile con le sue Forze speciali, imponendosi così come uno dei principali attori nel processo di transizione.  In pubblico, l’intervento in Libia si è svolto in perfetto accordo tra gli alleati della coalizione da una parte e i gruppi di ribelli dall’altra. Dietro le quinte però, l’attivismo del Qatar comincia ad innervosire.

All’inizio di ottobre, Nicolas Sarkozy è apparso turbato davanti all’Emiro del Qatar Al-Thani, per via della politica portata avanti da Doha in Libia, giudicata dal Presidente francese troppo filo islamista. In effetti, il Consiglio nazionale di transizione, che ha già non pochi problemi nel far confluire al suo interno  i ‘capi’ delle brigate – che si ritengono legittimate a comandare, perché sostengono essere le uniche ad aver ‘agito sul campo’, mentre il CNT sarebbe stato ‘orchestrato’ da esterni, senza sporcarsi le mani – si trova a dover gestire anche  gli islamisti più radicali. E questo non facilita di certo il compito di ricostruzione di un Paese del tutto allo sbando.

Neanche Sarkozy, sebbene abbia grande bisogno del Qatar per i potenziali  contratti che l’Emirato dovrebbe o potrebbe concludere con la Francia, ha potuto esimersi dal chiedere al potente Al-Thani di non indebolire ancor più, con le sue pressioni, l’unità del CNT e coordinare meglio, con quello degli occidentali, il suo intervento in Libia. Sembrano essere pochi i membri del CNT che apprezzano l’influenza crescente del Qatar ed è stato chiesto agli alleati (tutti), di “bussare prima di entrare a casa loro (del CNT)”.

Le lamentele da parte dei libici nascono dal fatto che, sul campo, i consiglieri militari qatari hanno in abbondanza avvantaggiato i gruppi islamisti, come quelli di Belhaj, di Salabi, la brigata dei Martiri di Abu Salim, diretta dall’ex ospite di Guantanamo Abu Sofiane Qumu o ancora della brigata di Ibn Jarrah, il quale è sospettato di aver assassinato nel luglio scorso il generale Younes, nominato da Abdel Jalil per concentrare tutti i gruppi sotto la sua leadership. Nella regione a Sud di Tripoli, i Mukhabarat, servizi segreti in contatto diretto con il Palazzo dell’Emiro del Qatar, hanno partecipato alla designazione delle unità che avrebbero ricevuto i missili anticarro mandati dalla Francia. Una parte delle armi ricevute dai ‘gruppi scelti’ sono poi sparite, creando dei problemi ai membri del CNT nel loro tentativo di disarmare il Paese (oltre ai 10mila missili terra aria ‘persi’ durante la guerra di liberazione).

Anche il rappresentante libico presso le Nazioni unite si lamenta della pressante presenza del Qatar, presenza che rischia di diventare soffocante e pericolosa, visto che gli equilibri sono ancora parecchio instabili. In un’intervista rilasciata ad Al Arabiya, l’ex presidente dell’esecutivo del CNT, Mahmoud Jibril, ha dichiarato che i petrodollari del Qatar alimentavano le rivalità tra i ribelli e le diverse correnti che gestiscono il post-Gheddafi, diffondendo una pericolosa aria di rivolta.

Il ruolo del Qatar nell’intervento in Libia è stato molto più importante di quello annunciato in un primo momento. Dopo aver asserito per mesi che il loro sostegno non era stato che logistico e aereo, l’emirato ha poi ammesso che “centinaia di soldati” avevano aiutato e addestrato le truppe a terra (soprattutto sulle montagne a sud di Tripoli confinanti con la Tunisia) già dalle prime settimane. Il Qatar ha messo a disposizione della NATO otto Mirage (ne possiede dodici). Voci di corridoio affermano che i militari inviati sul suolo libico non fossero centinaia, ma più di 5mila.

La presenza a lungo termine del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti permetterebbe di dare un’impronta araba all’intervento della NATO e alla Primavera araba in generale. L’Emirato ha saputo giocarsi molto bene la carta dell’intervento soft, grazie ad Al-Jazeera. La copertura delle rivoluzioni arabe da parte della televisione del Qatar ha permesso di intravedere il lato politico di Al- Jazeera, incaricata di portare l’influenza di Doha ben oltre il Golfo. Non dimentichiamo che non tanto tempo fa, durante il conflitto iracheno, gli americani avevano bombardato la sede di Al-Jazeera a Baghdad. Oggi Al-Jazeera viene osannata non solo dagli arabi, ma anche dagli occidentali e vede volare alle stelle il suo potere incantatorio. La sua capacità diplomatica è considerevole: parlare o meno di una rivoluzione può avere ripercussioni mondiali notevoli e focalizzare l’attenzione sulle rivolte arabe permette di distogliere l’attenzione dal Golfo.

Per mezzo delle armi, della diplomazia, dei soldi e dei media, il Qatar si impone come lo sponsor principale dell’Islam politico. Washington ha drizzato le antenne ed ha fatto sì che il generale Khalifa Hafar, un tempo esiliato negli USA, diventasse Capo di Stato Maggiore dell’Esercito per tentare di ‘normalizzare’ la situazione. Com’era prevedibile la reazione dei ribelli come Belhadj è stata immediata, hanno alzato il prezzo chiedendo dei ministeri per i loro uomini, uno fra tutti la Difesa. Questa rivalità in differita tra USA e Qatar avrà un seguito? Non dimentichiamo che le truppe americane hanno lasciato l’Iraq, l’inizio del Great Game nella zona del Golfo diventa sempre più vicino. Tutto può essere rimesso in gioco.

© Rivoluzione Liberale

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