Prima erano 440, poi 500 (Eurogruppo 11 marzo) ora sono 700 i miliardi di euro a disposizione del fondo salva-stati creato nell’estate del 2010 per cercare di far fronte alla crisi economico-finanziaria che ha investito l’Europa. Il sistema del fondo è stato da ultimo modificato nel Consiglio straordinario dei 17 ministri dell’Eurozona il 22 marzo scorso. Con le modifiche si è consolidata la capacità d’intervento del fondo, ampliandola a 700 miliardi per consentire all’Efsf (European facility stability found) una reale disponibilità di 500 miliardi. L’odierno fondo si dovrebbe tramutare, a metà 2013, nell’Esm (European stability mechanism) che sarà organo stabile dell’Unione europea. La contribuzione al fondo da parte dell’Italia sarà, in totale, di 125. 96 miliardi di euro di cui 14.40 in contanti nei prossimi tre anni mentre il resto sarà composto da “capitale a richiesta” e garanzie. La Germania garantirà per un totale di 190 miliardi di cui 21. 81 in contanti e la Francia per 143 miliardi di cui 16.30 cash nel prossimo triennio. Le cifre di conferimento degli Stati della moneta unica sono state più alte del previsto, poiché gli stati fuori dall’Eurozona si sono, come prevedibile, rifiutati di contribuire.
I governi in difficoltà avranno quindi la possibilità di avere l’appoggio del fondo a condizione che varino un programma economico e fiscale particolarmente stringente per il recupero della stabilità economica. Nell’eventualità di intervento sarà fatta una distinzione tra crisi di liquidità e crisi di insolvenza, questa distinzione si baserà su un’analisi compiuta dalla Commissione europea e dal Fondo Monetario Internazionale chiamata DSA (debt sustainabiliy analysis), i due organi agiranno di concerto con la BCE.

Nel caso di crisi di liquidità, il fondo darà il proprio supporto allo Stato a condizione di un programma di aggiustamento economico, nel quale i creditori verranno incoraggiati a mantenere le proprie esposizioni; operazioni di questo tipo sono già state fatte in Ungheria, Romania e Lituania. Nel caso, più grave, in cui vi sia una crisi di sostenibilità del debito e l’analisi riveli che lo stato potrebbe essere insolvente, esso dovrà negoziare un piano di riassesto con i propri creditori, in conseguenza di ciò potrebbe essere concesso un aiuto “liquido” da parte del fondo salva-stati.
Il fondo potrebbe essere utilizzato proprio nelle prossime settimane, per soccorrere il Portogallo, si parla di circa 75 miliardi di euro, sull’orlo della crisi oltre che economica, anche di governo dove il Premier è legato all’esito del suo piano tutto incentrato sull’austeriry.

Si sta avverando lo scenario preferito dall’establishment politico, per dirla con Wolfgang Münchau, vice direttore del Financial Times, quello appunto della possibilità per gli Stati di andare in default ed essere soggetti ad una ristrutturazione con riscadenzamento del debito. Sempre secondo l’economista si sono alzate inoltre le quotazioni dello scenario di scioglimento dell’Euro, a fronte anche dell’irrigidimento della Germania sulla responsabilità limitata e di campagne di contrasto alla moneta unica come quella condotta da Marine Le Pen in Francia.

Le quotazioni si saranno alzate, ma comunque rimangono vicino allo zero percentuale. Oltrepassando l’analisi economica, sicuramente necessaria per meglio comprendere i vari scenari e futuri sviluppi del fenomeno, la realtà e la contingenza esigono il raggiungimento di un compromesso tra i capi di Stato, tale per cui il progetto della moneta unica prosegua e si rafforzi, testimonianza ne è la creazione prima e l’incremento poi dello stesso fondo salva-stati.

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